trovati i giornalisti spariti in libano
beirut, 09 - 10 15:36
sarebbero sotto arresto in siria taylor luck e holli chmela, i due giornalisti americani basati in giordania dati per dispersi in libano da una settimana. la loro sparizione, resa pubblica dall'ambasciata americana soltanto oggi, aveva destato in libano ogni sorta di allarme data la lunga storia di rapimenti di giornalisti che il paese vanta dai tempi della guerra civile.
holli e taylor, corrispondenti in medio oriente dalla preparazione di tutto rispetto (luck lavorava per il jordan times, chmela era una freelancer dalle fila del new york times), erano venuti in libano per una vacanza e dal 29 settembre, data della loro ultima telefonata, non se ne era saputo più nulla se non che erano diretti verso il confine di tripoli per tornare in giordania attraverso la siria. la guerra in corso da mesi nel nord del libano fra cellule jihadiste e alawiti aveva fatto pensare il peggio.
si sarebbe invece trattato di un atto totalmente irresponsabile da parte dei due corrispondenti, che avevano tentato di penetrare in territorio siriano clandestinamente. dati iconflitti iracheni e arabo-israeliani, il traffico di armi dei jihadisti e le questioni di sicurezza, nell'intero medio oriente l'attraversamento illegale del confine è particolarmente pericoloso punito come violazione della sicurezza nazionale; in israele può risultare con l'arresto senza immediato processo né notifica al paese di appartenenza, in egitto (soprattutto al confine israeliano) con l'attacco da parte dell'esercito e spesso la morte, e così via. in siria la circolazione dei giornalisti è monitorata attentamente, transito compreso. in questi giorni l'allarme sicurezza al confine nord era particolarmente sentito - migliaia di soldati da damasco erano stati urgentemente stanziati al confine libanese a causa della minaccia salafita, per evitare l'espansione del conflitto alla siria e frenare il contrabbando di armi - come richiesto anche dalla diplomazia internazionale.
se la versione delle autorità siriane dovesse essere confermata, il comportamento dei due giovani giornalisti rimarrebbe difficilmente spiegabile. anche il fatto che i due abbiano potuto passere il confine libanese senza che l'esercito di beirut riuscisse a fermarli, potrebbe pesare a livello diplomatico in un contesto in cui l'accusa dell'occidente è concentrata contro lo scarso controllo siriano sui traffici, e non viceversa. la speranza è che una mediazione dell'ambasciata americana in siria possa risolvere la situazione.
beh non c'è che dire arrivo col botto.
due esplosioni in poche ore, ronde aeree israeliane, incendi estivi che divampano, io che faccio finta di niente e mi pongo come unici obiettivi, oggi, di dipingere il salotto di giallo e riuscire a cucinare, per il concerto casereccio di stasera, 1 kg e mezzo di pasta al pesto senza che gli spaghetti diventino colla.
controlli continui e la gente che mi dice benvenuta in libano, sole a tutta piazza e cottura atmosferica e la gente che mi dice beh, è il libano benvenuta, bancomat che non funziona e che ci vuoi fare è il libano, gente che azzanna polpette di kubbeh in pieno giorno e per strada cercando di far finta di niente perchè anche se è ramadhan siamo pur sempre a beirut ovest direzione libano - ma si vede che c'han la faccia colpevole.
e io che cammino un po' curva e lucidiccia, stile carcerato in libertà, e cerco di abituarmi all'idea vedi, bentornata in libano...
sì, sì.
è vero, non scrivo da un pezzo.
ma cosa mai potrei raccontare dopo tre mesi a roma?
che mi aggiro per questo paese estraneo, insofferente e antipatico cercandone una via d'uscita per tornare a casa, aggirandomi fra caffè amari coi consimili amari e sottoeccitate discussioni sul post-comunismo, il post veltronismo, il post piduismo, il postfascismo ed il postitalia?
francamente, mi diverte raccontarmi finchè può servire a raccontare quello che ho intorno. da qui, non avrebbe granchè senso.
il belpaese mi rende autistica, quello che ci succede lo sapete molto meglio di me che sono un pesce fuor d'acqua, casco dalle nuvole ogni giorno e le mie lamentele o faccenduole personali annoiano soprattutto me.
(e poi forse i post mai pubblicati della guerra di maggio strozzano un po' tutti i racconti successivi. prima o poi metterò anche quelli, e tutto riprenderà come prima. è che sono un po' troppo - come dire? - personali e forse - oddio, perdonatemi l'uscita patetica - dolorosi).
che altro dire? che hussein, persa la sua vespa durante gli arresti di massa di maggio, si è rifatto una vita fatta di prozac e allevamento cani? che shadi me lo descrivono ingrassato di 15 kg? che arek ha mollato la sua ragazza perchè "troppo armena"? («ma scusa, non eri armeno anche tu?!» «sì, ma mica così armeno come lei») che mentre tutti si godono la calma della presidenza e di doha io dai dintorni di tiburtina mi faccio gli incubi in cui il vecchio christian, quella gran canaglia maronita che insegnava marx nei campi profughi giordani, quel vecchio intrattabile veterano del vietnam («perchè come diceva il compagno ho-chi-minh...») mi tira le cuoia prima che riesca a fumarmi un altro sigaro con lui?
di storie ho soltanto queste.
per il resto, per motivi (non ridete, era un anno che dovevo farlo...) professionali ho finito col riordinarmi un sito, riportandoci tutti i miei vecchi articoli e, molto lentamente, il vecchio diario dalla zona ovest, bbbbeirutiana.
se vinco l'ozio, pure vecchie gallerie di foto.
lo scempio si trova a www.annalenadigiovanni.com (manco a dirlo).
lo segnalo per pubblica utilità: per appagare la mia fase assolutamente orsa e poco comunicativa - in una parola, la mia fase di giornalista italiana o presunta tale - , una volta al giorno ci aggiungo la traduzione di qualche editoriale mediorientale che potreste trovare interessante.
con lentezza di lumaca, prima o poi finirò di tradurci qualche stralcio di pensioero marxista arabo - ovvero per ora il buon samir amin, che probabilmente passerà poi la palla allo storico politico tamim al barghouti. che di marxista non ha niente.
per adesso, rimando al mio ritorno a casa. finchè sto qui, a parte tornare a est del mediterraneo dai miei amici, dai miei affetti, dalla casa che mi aspetta, dall mare sempre incazzato, dagli ortaggi all'uranio, di risvegli esplosivi e dai tassisti che parlano troppo, ho un solo chiodo fisso: suona paradossale ma qui, in italia, alla veneranda età di 28 anni, sono così perplessa che vorrei provare il brivido, per un giorno, di svegliarmi comunista.
ciao belle gioie
guardo f. fare la borsa. si trasferisce a beirut est per un paio di giorni, dice. più tranquillo. io invece credo proprio che sia passata. se ne vanno tutti, ma giuro che dev'essere per forza finita qui.
torneranno a scannarsi, ma non stavolta. che altro? non c'è più nessun miliziano di al mousta2bal da disarmare. l'ultimo beccato su hamrà lo hanno assaltato in cinquanta davanti ai miei occhi (sono un'italiana fragile, urlavo che 50 contro uno non vale).
per ora è tutto calmo. testoterone a mille, spari e razzi e camionette stracariche di adolescenti che fanno il segno della vittoria. mostro a uno il terzo dito. mi viene spontaneo. democrazia coi botti, miei cari.
e corro a nascondermi.
per hamrà non c'è un buco. un lavoro pulitissimo. anzi per l'intera zona non c'è un graffio.
beh, bel teatrino. hezbollah ha dimostrato di poter prendere beirut in 24 ore, anzi, di non doverci neanche sparare su, e di poter lasciare che sia amal a farlo.
vado a dormire, sono le cinque, c'è il sole, la gente alle finestre e i miliziani ogni metro.
le altre cose le trovate qui, o almeno un po' di aggiornamenti che sono riuscita ad infilare.
perchè c'ho un gran sonno
p.s. grazie a chi mi ha sopportata in chat stanotte. uno ha un gran bisogno di parlare, quando i vicini fanno troppo casino coi lanciarazzi per riuscire a dormire. il resto a poi. besos
ci sediamo sotto alle finestre quando i cecchini cominciano a saparare anche qua.
per l'esattezza ci buttiamo per terra, per poi scoppiare a ridere talmente forte - siamo ubriache tutte e 4, che altro potevamo fare serrate in casa? - che qualcuno ci sente ed arrivano dei colpi vicinissimi.
i bombardamenti sono assordanti e lunghi e soprattutto non si fermano mai. da ore. in pratica non si sente un cazzo, neanche quanto basta per sapere quello che succede nel resto della città. siamo in una barca di nome sanayya, in un palazzo di tot piani, piove si spara e razzi ovunque.
ad ogni colpo, una fitta di dolore. mi stanno sfasciando beirut ovest.
le esplosioni, le esplosioni danno ai nervi. sempre più forti, sempre più continue. tutte intorno. pare che soltanto il giardino di sanayye (e noi siamo sopra) si salvi dall'inferno. e mi spiace usare una parola trita come inferno, ma "lavatrice" non rende l'idea.
ma non doveva essere una guerra civile?! le guerre civili si fanno con le mitragliette, i kalashnikov, i mortai.
questi tirano di che buttar giù i palazzi. sarà rimasto un pezzo di beirut ovest domattina? che c'è rimasto da bombardare? dove li hanno trovati questi mezzi missili che fioccano per tutta beirut ovest?
in testa ho alcune immagini. eccole. ieri notte: le due circa. mi ero incaponita di rompere il coprifuoco e presentarmi con due birre dagli amici. non sia mai che a beirut si passa una sera a casa. per strada, i miliziani sfioravano ogni angolo di buio. silenzio, strade nere nere, sacchetti che volavano, e ronde di scooter (due miliziani per ogni scooter. giovani, perchè sono i giovani a fare la ronda). però le serrande dei negozi erano alzate, lasciando scoperte le vetrine. non si lasciano le serrande alzate se ci si aspettano scontri, quindi tutto regolare no?
istantanea, caffè mattutino al younes, oetzi arriva raggiante, niente lavoro oggi eh? evviva hezbollah che ci manda in vacanza. e io penso ecco, la faranno anche questa loro guerra civile su cui tanto hanno investito, ma sarà una cosa tutta loro, noi contineremo prenderci il caffè e bere al barometre.
istantanea, esco di casa e sono travolta da due fazioni di uomini armati e incappucciati che si sparano intorno. sulla mia via! comincio a correre, li guardo nascondersi e anvanzare e sparare e nascondersi, prima gli uni e poi gli altri, scappo su hamrà e c'è al mousta2bal, scendo sotto e ci sono i nazisocialisti pansiriani, anda e rianda, avanza e spara, li guardo tutti negli occhi, vivi e tangibili eppure mi sembrano maziani lungo hamrà, è la guerra civile mi dicono, questa è beirut mi dicono, e io penso: che gioco cretino. come fanno a prendersi sul serio? cercate di non farvi male ragazzi, mi viene da dire.
ok, ho capito la toponomastica. amal sta salendo da sotto, devono esserci scontri a ain l-mreisse dove sia miliziani di jumblatt che di amal controllano la zona. amal sale da sotto perchè sta cercando di prendere non solo le sedi di al mousta2bal una per una, ma direttamente la regale residenza hariri a qoreitem.
scappo a sanayye, ho fame. fra l'altro già da stamani i negozi erano chiusi, presi d'assalto e svuotati. ogni due metri c'è qualcuno che spara. trappola e claustrofobia. mi metto a piangere perchè sono una sentimentale, e non sopporto di sentire la mia beirut ovest fatta a pezzi. quelli pensano che pianga di paura e allora si fermano, cominciano a scortarmi, i cecchini fischiano dalle finestre, io corro e piango e vorrei soltanto prenderli tutti a schiaffi per vedere se si rendono conto di quanto sia ridicolo ammazzarsi così.
musta2bal sta in mezzo, su hamrà schiacciato da amal e daidrusidemocratici che arrivano dappertutto.
ho paura per tutti, stanno tutti in qualche zona sotto razzi granate e mitra.
istantanea, che faccio? seguo i vari colleghi verso la corniche al mazraa e gli scontri, o sto in salvo? scelgo la seconda. odio gli eroi, e non c'è bisogno di farsi sparare per vedere quel che succede.
istantanea, giò sta male. moe non sta tornando, e stava coprendo gli scontri.
sono le cinque e non risponde. ci ritoveremo tutti domani quando questo teatrino a mano armata sarà finito. però moe ci manda un messaggio: non aprite a nessuno per nessun motivo.
i checchini stanno entrando nelle case.
ad ogni esplosione, un sobbalzo e ad ogni balzo si ricomincia a discutere sul da farsi, su cosa sia più rischioso fra stare seduti sul divano o per terra.
chiedo alle altre che succederà adesso, che vuole fare hezbollah, occupare il libano o fare pressione per l'elezione del presidente?
m. dice che l'importante è non pensare.
mi chiedo dove precipita la parabola di hezbollah. due anni fa avevano l'intero libano sulle spalle, dopo che - per aver rapito due soldati che sconfinavano in territorio libanese - resistevano per 33 giorni ai bombardamenti israeliani.
oggi eccoli a orchestrare questo inferno, e far buttare giù beirut est per acchiappare il governo per il collo.
hanno occupato la maggior parte delle sedi di al mousta2bal. a colpi di lanciagranate. complimenti. e ora?
se vincono, cos'hanno intenzione di dire o fare? prendere il potere? e come lo legittimano il potere?
e al mousta2bal? a raccogliere armi e adolescenti per farsi massacrare a nome del pentagono. come si possono mandare al macero migliaia di ragazzi sunniti in nome di un progetto che non esiste? per cosa combattono i sunniti? adesso, grazie all'attacco dell'opposizione, combattono per difendersi. ma per il resto, per cosa si sono addestrati questi ragazzi? per difendere il libano dall'iran??
e i palestinesi? ancora una volta, fatah si è fatta comprare. ha mandato i combattenti a elemosinare le mance americane di hariri, e via con gli scontri a sabra. peccato per i civili in mezzo, che di assedii di amal, fra l'altro, se ne sono già fatti diversi.
fino a due mesi fa, dicevamo tutti che la guerra civile non ci sarebbe stata. perchè alla fine di tutto, c'erano le milizie di hezbollah, le più forti, che avrebbero garantito l'ordine.
poi amal attacca al mousta2bal.
(beh, un giorno poi hezbollah li ferma, pensavamo)
hezbollah dirige i combattenti di amal, e li fa avanzare nelle zone sunnite.
(beh, adesso parla nasrallah e calma tutti....)
nasrallah parla, è incazzato nero, promette di rivolgere le armi contro il governo, dà l'ultimatum.
(beh, adesso il governo ritratta, stanno perdendo su tutta la linea,. prima di perdere l'intera beirut, hariri parla e cerca un compromesso...)
hariri si inventa una scusa per non ritrattare come chiede nasrallah, anzi tira in mezzo l'esercito che nel frattempo se la batte rapido.
(come interviene l'esercito, spara ai sunniti? spara agli sciiti? sta a guardare?)
hezbollah manda al diavolo l'opposizione
e si apre la strada verso qoreitem (quartiere ipersunnita sopra hamrà, dove sta hariri) coi lanciarazzi.
davvero hariri credeva che bush o tsahal si sarebbero precipitati a salvare i suoi? come ha potuto mandare al macello centinaia di adolescenti sunniti disoccupati così? per cosa combattono stasera? dove li hanno trovati i soldi per cinque ore ininterrotte di esplosioni lancinanti, cosa troverò di beirut ovest domani?
non ce l'aspettavamo che il partito di dio facesse a pezzi beirut ovest.
non me l'aspettavo, che quattro ragazzi di al mousta2bal mi vrebbero fatto compassione nel vederli lì a tremare davanti alla porta di casa loro dicendo che difendevano il quartiere
non se lo aspettava, hariri, di perdere in 24 ore.
ecco, ora sono arrivati qua sotto con gli rpg. (lanciarazzi). gli rpg rompono le pareti, dicono. ma non ce l'hanno una casa alle cinque di mattina, proprio qui devono spostare gli scontri?
poi salta la televisione e poi, orrore, anche internet. calcolando che il mio cellulare è morto da ore, sono tagliata fuori.
i ragazzi non torneranno casa, stanotte. ma sono arrivati i tuoni e la pioggia, e si sa che quando piove non si combatte.
si sente il rumore di un cingolato. forse s'è svegliato l'esercito.
è difficile, quando non riesci a credere in quello per cui la gente si ammazza.
questa guerra non è la guerra di nessuno, o forse è di tutti, una questione privata, i miliziani di al mousta2bal non mi dicevano che avevano paura per le loro case e famiglie, i miliziani di amal non dicevano che lo facevano per le loro case e famiglie?
oddio ricominciano con le esplosioni. lasciateci dormire, sono le cinque
ea.
ramallah, 1910.
per voi in diretta da wicki.
sto così, che ci volete fare
io ce lo sapevo
accidenti lo dicevo io che era una storia di donne.
samir 'assir, pardon, samir kassir (i libanesi hanno la gorgia toscana, non pronunciano le C e attaccano brutti vizi agli stranieri), palestinese in incognito, giornalista, presunto compagno - quando va di moda essere compagni in libano - ma confuso. nasce cristiano, e quindi gli danno la cittadinanza anche se palestinese. può permettersi di farsi chiamare libanese, e tenersi alla larga dai campi. poi scopre che fra i libanesi è un cristiano di serie c. quindi il suo essere ex palestinese non gli serve più a molto. comincia a andare diciamo controcorrente. francesizzato, si dà alle idee esotiche tipo l'infelicità araba ed altri coraggiosi testi antisiriani - ai tempi in cui tutti sono antisiariani. sposa giselle khouri, noto volto televisivo cristiano-ortodosso e pure un po' destro. fuma sigari e champagne ad ashrafiyye fra gli amici falangisti. in pratica, manco lui sa cos'è a volte.
poi la cosa naufraga. samir esagera. comincia ad uscire con "qualcuno vicino a jumblatt", in due parole, l'ex-signora jumblatt. potrebbe essere l'ennesimo colpo di scena di kassir che va sempre, dicevamo, controcorrente. non si scherza coi drusi, tantomeno con le intoccabili ex di jumblatt. la storia prosegue. giselle ha le carte del divorzio in mano, una mattina, quando samir esce di casa con la famosa ex-signora jumbatt - qualche costoso giacilio alle spalle. (i compagni che hanno l'autista, l'hotel, i sigari, lo champagne, l'ex-moglie rifatta di jumblatt. e che scrivono su storiche testate falangiste come l'orient le jour, o destre come an-nahar)
la signora non lo segue oltre la porta. qualcuno la viene a prendere. samir prosegue verso la macchina. l'autista oggi ha il giorno libero, e qualcuno lo sapeva. samir si siede al posto del guidatore. qualcuno sapeva che lo avrebbe fatto.
comunque, quel giorno samir salta in aria. è il giugno 2005, i giornali ne fanno subito un martire della lotta contro la siria. peccato che vada di moda, fra tutti gli intellettuali, sputare sulla siria in quei giorni, e samir non è proprio il primo da andare a cercare o cui dar retta. ma il dado è tratto, samir è un martire della libertà di parola, la moglie una vedova innamorata e distrutta che fa carriera guidando la sinistra democratica libanese alla memoria del marito, (sinistra democratica: i presunti comunisti schierati con hariri. tipo la nostra, di sinistra democratica, insomma), e jumblatt, capofila fra gli antisiriani, tuona contro bashar.
io, nel mio piccolo, mi tengo una copia del suo "l'infelicità araba" vicino al letto, fra i miei preferiti.
ma era una storia di donne, ragazzi, e bentornati in libano.
lo si diceva, hezbollah lo sapeva, lo sapevano tutti.
ma emerge soltanto oggi. perchè ormai hezbollah ha bisogno di una pallottola al giorno, e jumblatt anche, per accusarsi a vicenda alzando il tono. jumblatt accusa hezb di monitorare l'aereoporto, hezb accusa jumblatt di aver contribuito all'assassinio di mughniye collaborando con gli israeliani. allora jumblatt tira fuori le carte (che naturalmente finiscono su an-nahar. e dove altro?) che provano degli spionaggi di hezbollah, dei presunti attentati in preparazione per le personalità di rilievo che sareppero atterrate al rafi' el-hariri airport. hezbollah, ribatte, ma jumblatt rilancia con la 1559 e gli americani che sarebbero pronti a implementarla direttamente dopo la storia dell'aereoporto disarmando i perfidi terroristi iraniani (i toni di jumblatt, poi...). e allora ecco che hezb tira fuori il tribunale internazionale (quello voluto da hariri, jumblatt etc) e lo ritorce contro jumblatt ed uno dei suoi martiri d'oro. samir. era una storia di donne.
nel frattempo stanotte si sono scontrati i soliti ignoti, amal e al mousta'bal, ma a giudicare dalle locazioni (soprattutto j'nah, zona a luci rosse, in cui gli scontri sono stati fra famiglie, mi fa pensare più a storie di pizzi etc) mi sa più di ordinaria amministrazione con troppe armi in giro, più che di gravi motivazioni politiche (ah ah) o settarie etc. pure in beeka si sono scontrati fra sciiti, amal e hezbollah. vabeh.
lascio le storie di donne
così, avevo voglia di chiacchierare.
questa sera vorrei dire tre cose.
la prima è che giovedì torna a beirut il segretario della lega araba, amr moussa, per la storia della presidenza. credete che qualcuno ne abbia fatto menzione? ma niente affatto. perchè? perchè il pentagono è riuscito ancora una volta a seppellire l'iniziativa di mediazione della lega araba. condoleezza è terrorizzata dal pensiero di una qualche forma di autonomia e/o autogestione araba del medio oriente
la seconda è che continuo a cercare casa, anzi forse dovrei dedicare una serie di post ai traumi abitativi e ai loro contorni beirutini. ma un'altra volta.
la terza cosa è che ho fatto un test.
ok. ringrazio caldamente il mio meraviglioso vicino di casa -niente nomi, il test è anonimo - per essersi prestato come cavia.
astenendosi, oltretutto, dalla sua regolare dose di alcoolici serali poichè, data la pericolosità dell'esperimento, gli si richiedeva la massima lucidità e sangue freddo.
nonchè la disposizione a rischiarsi la fedina penale.
passi per la fedina penale, ma l'arak gli è mancato povero cirillo. 'eslamu ya azizi.
tema del test:
"si può ancora fornicare nelle macchine di beirut?"
1- background information
si sa che, date le particolari circostanze cutural-colonial-politiche, niente è proibito a beirut.
siamo mica in arabia saudita, che diamine! dove ti arrestano se cerchi di imparare a suonare la tromba! dove vige la pena capitale per un bicchiere di vino! dove le donne non possono guidare!
nonnò. siamo nella sodoma e gomorra del medio oriente, nella spina laica e godereccia del mondo arabo. è cosa risaputa che il beirutino/a, essere carnale e ingordo, non respira se non si disfa di arak fino alle tre di lunedì sera, spilluzzicando maiale e prociutti armeni, e godendo le gioie dell'amore libero dopo aver messo in mostra le carni ballando selvaggiamente. da noi il ministro dello sport e delle culture giovanili fonda i centri per l'orgoglio gay&lesbian, tsk tsk.
oh, qui i semafori ce li abbiamo da tre settimane, cosa credete, che siamo un paese disciplinato?
non è una questione di assenza di regole, infatti. è che a beirut la polizia c'ha paura a financo toccarti se non sa chi ti manda. di che famiglia sei, quale partito ti protegge, che per caso c'hai il fratello miliziano in beeka? no? druso? mafioso?
il poliziotto libanese ci pensa due volte, prima di dirti qualcosa. avesse a finire rapito, in questa santa terra dove hezbollah smantella i check-points rapendone i soldati, i detenuti rivoltano il carcere rapendone i soldati, manca poco e pure l'unifil comincerà a rapire i soldati.
è per questo che, per esempio, l'altra notte quando al barometre abbiamo esagerato con le danze cantando "kalashnikov kalashnikov" a tutto volume, invece di un poliziotto che di dicesse di abbassare la musica ci siamo visti arrivare - davanti ad una bettola di due metri quadri più cucina - due camionette cariche di soldati col mitra a tracolla e una certa faccetta nervosa.
avevano paura che ci incazzassimo.
sì, tutto è permesso a beirut. è più che naturale, quindi, sobbalzare perplessi quando il super-blockbuster "caramel" mostra due poveri amanti trattenuti dalla polizia per aver parlato in macchina la notte. quale sporca diffamazione si cela dietro ciò?
non era tutto permesso, a beirut?
cerrrto. talmente permesso, che se ti beccano col fumo in tasca ti torturano finchè non fai i nomi. talmente permesso che sono pochi gli hotel che danno la doppia alle coppie non sposate, talmente permesso che se convivi col tuo uomo ti possono arrestare, talmente tutto permesso che domenica mentre passeggiavo fumando per strada intorno alla chiesa di mar michael un cristiano mi ha inseguita urlandomi "sveggggognataaaaa".
sì ma insomma tornando alle scienze sociali. si può fornicare in macchina a beirut?
un tempo, sì. certo, dipende dalla zona.
mi raccomando non andate a farlo a dhahyye, col rischio di tamponare la macchina di nasrallah.
parliamoci chiaro: soprattutto le ragazze, lasciano casa di mamma e papà da sposate. ne ho di ricchissime e super-in-carriera che ancora a trent'anni devono stare a letto entro le dieci. figuriamoci se portano l'uomo in casa. di qui la famosa leggenda sull'appetito sessuale delle ragazze sciite, che i libanesi descrivono come insaziabili. semplice: gli sciiti sono la setta più ruralizzata, le loro figlie arrivano dal villaggio per studiare, si predono casa lontane dalla famiglia e quindi fanno quel che vogliono. beirut è una città tradizionalmente sunnita-cristiana, chi ci è nato si sposta poco di zona. cioè, lo fa se è un maschio con un minimo di soldi (cosa rara in tempo di guerra e disoccupazione), o una femmina maritata.
poi ci sono le eccezioni, per carità. le trovate tutte su hamrà la sera. sono i figli e le figlie dei sinistrati, i bambini dei rivoluzionari o del dollaro contante.
ma
tutto questo non aveva mai impedito ai beirutini di fornicare entusiasticamente. ad esempio, in macchina. leggende narrano di interi marciapiedi dondolanti e sospiranti. il che spiegherebbe la crisi dei mutui in libano, la corsa ai prestiti per comprarsi l'audi, l'ossessione per i finestrini oscurati.
eppure tutto questo non è più.
non è più, dai tempi della morte di hariri. indovinate perchè.
2 - il test
ecco dunque me ed il mio splendido vicino parcheggiare con impegno la macchina. abbiamo l'epistemologia negli occhi e, dagli angoli, le ombre di guardia ci adocchiano subito.
scegliamo una via di mezzo: rue saadat, fra casa mia e casa sua. così in caso di guai tutto l'isolato potrà garantire del nostro sincero zelo accademico e, conscendoci, garantirà che siamo i soliti due ubriachi di ritorno dal barometre.
niente vetri oscurati: questo è un test senza trucchi né inganni.
ora di inizio: tre di mattina.
tentativo numero uno: lui le tiene la mano.
un motorino con doppio carico di adolescenti ci fa un testa-coda a fianco guardandoci bene.
tentativo numero due: lui le bacia la mano.
un cheyyenne ci sfila lentamente a fianco, abbassando i finestrini.
tentativo numero tre: abbassamento dei sedili.
scendono dai mezzi. camminano lenti intorno alla vettura, sporgendosi per guardare meglio dentro.
tentativo quattro: «senti, ce ne sbattiamo. male che vada, ho il permesso del ministero dell'iformazione, sono giornalista-sociologa». (risposta: «ok»).
il test è dunque proseguito con i sedili abbassati ed un nugolo di ragazzoni della security del quartiere che ci facevano il girotondo intorno, sincerandosi che stessimo soltanto fornicando.
infondo a hamrà, quartiere privilegiato, si possono fare un sacco di cose simaptiche. ma sempre e comunque in compagnia, e per giunta una compagnia armata.
perchè beirut è completamente disseminata di miliziani, security guards, zeloti, servizi di sicurezza, paparazzi, informatori, qaedisti, soldati, soldati in incognito.
stanno tutti ad osservare l'alito di vento che sposta ogni foglia, il moscerino del mossad intorno a ogni cassonetto, il topo meccanizzato dai pasdaran sotto ogni macchina. (e tra parentesi, donne, se fate soltanto il gesto di alzarvi la maglietta, poi sono xxxxx vostri. perchè sono quasi tutti adolescenti, armati e soprattutto arrapati. sarebbe brutto finire vittime dei loro sudori primaverili. calcolando poi che la polizia regolare si nasconde in caserma. vedi sopra, alla voce "rapimento soldati").
e poi non varcate certe sottili linee rosse: quando avete fatto, se scendete dalla macchina insieme, mi raccmando, non abbracciatevi in pubblico.
che diamine, abbiate rispetto del caro vecchio pudore arabo!
il dato essenziale del test è stato però un altro.
3 - conclusions
a beirut la castità non paga.
si rischia di più a trattenersi in macchina la notte, tenere i sedili alzati, non prendersi per mano, non allungare le zampacce e limitarsi a parlare scambiandosi occhiate da triglia.
intorno, si innervosiranno tutti un casino.
cominceranno a sospettare.
si chiederanno se per caso siete nuovi paramilitari in incognito, se aspettate un carico di armi, se siete dell'intelligence, se siete del nemico, se siete israeliani, americani, iraniani, siriani e così via. si chiederanno se vi drogate prima di andare a far casino a barbir. si chiederanno se fate rilievi per un attentato dinamitardo, per disseminare checchini, per attaccare gli avversari e prendere il controllo della strada riscuotendo pizzi dai commercianti al posto loro a partire da domani.
insomma, verranno a prendervi.
basteranno 5 minutidi svista, e poi sarà dura raccontargli che siete timidi, casti e perbenino, e che magari stavate soltanto aspettando il coraggio per dichiararvi il vostro sempiterno amore.
ragazzi, non fate scherzi, vendete cara la pelle. state pronti: in caso di sosta in macchina, saltatevi addosso il prima possibile e a tutti i costi. ricordatevi che questa è beirut.
p.s. a prescindere. se vi sentite un po' sociologhi anche voi, non fate come me.
assicuratevi che il vostro intrepido vicino, poscia l'essersi distinto per l'ammirevole diletto nelle scienze umane, il giorno dopo il test non debba presentarsi ad una riunione di lavoro in arabia saudita con un vistoso morso da ricerca sul campo.
siamo a quota cinque mesi senza presidente ma col presidente. michel sleimane sta sempre lì.
e
normalmente non mi occupo di rassegne stampa. anzi in genere a quest'ora mi occupo solo di arak al bancone del barometre con un libro in collo; ma dubito che qualcuno abbia voglia di andarsene a leggersi su al akhbar l'editoriale del compagno ziyyad rahbani, per giunta in arabo
e
siccome l'arab irony king sembra essere il solo ad essersi accorto che qui i cristiani stanno perdendo la rappresentanza politica col benestare del mondo che si affanna appresso al -oddio!-vacuum politico libanese, non potevo resistere.
mi spiace se, cercando di recuperare l'umorismo nero di rahbani, mi sono presa qualche licenza.
rinnovamento
di ziyyad rahbani
i primi cinque mesi in carica del neo-presidente libanese michel sleimane, si sono finora distinti per la sua impeccabile integrità e perseveranza, riportando così la presidenza libanese al suo status di simbolo e punto di riferimento. quel che colpisce è come, fin dal suo primo giorno di carica, il presidente sleimane sia riuscito a tenere la presidenza a distanza dal crescente divario fra opposizione e maggioranza, dopo averli convinti ad accordarsi con un consenso senza precedenti proprio sulla sua candidatura.
e mentre i due campi -opposizione e maggioranza- continuano ogni giorno a contestarsi a vicenda la legittimità e la rappresentanza, il supporto arabo continua a focalizzarsi quotidianamente soltanto sulla figura del presidente e sulla sua integrità. questo supporto si accompagna al sostegno internazionale accordato al presidente sleimane perchè preservi la sua preziosa fede cristiana, così cruciale per la peculiare identità storica libanese, nonostante la difficile situazione attuale.
e ormai non resta che augurarci che questo spirito di concordia continui fino al 31 di agosto - quando il generale sleimane lascerà il proprio posto di capo dell'esercito - , perchè al presidente sleimane venga accordato un secondo mandato alla presidenza senza alcuna esitazione, affinchè il paese non rischi di entrare in un qualche oscuro tunnel politico. ad esempio, un vuoto istituzionale.
ah, dio non voglia!
p.s.
io cercavo quella foto mitica di ziyyad con l'elmetto e la canna in bocca, ma tocca accontentarsi di questa vecchia immagine.
però se in caso, qui trovate le registrazioni di tutti i suoi sketches, commenti e radiodrammi trasmessi dalla mitica sanaye durante la guerra civile. ci sono chicche tipo "saluti da west beirut", "nessun pericolo non temere", "qui in libano....", "un camion per damasco", etc etc.
per giorgia, divagando
a proposito del cozzo de' culti i libano, avrai sentito diverse volte qui a beirut definire "feudale" il sistema statuale del paese dei cedri. loro i cedri, noi le banane, sempre...vabbeh. l'acqua carrrda, dirai tu. così, per dire,
a proposito del rapporto fra sistema feudale e milizie, ti riporto pierre birnbaum che parla di weber:
«weber reconstruit l'histoire des sociétés en mettant en lumière la transformation de leur mode de gouvernement; la féodalitè, par example, s'expliquant par un certain type de contròle des moyens matériels de domination, par la propriété privée des instruments de violence ...»
per il resto
(sul taxi per il confine libano-siria: «che dici, sei così stanca che non riesci neanche a dormire? tranquilla, vedrai che non appena entri in siria subentra subito la botta di sonno...»)
sì ammetto che la siria mi distrae un po'. sono tutti così rilassati e sorridenti, altro che i miei beirutini corrotti maneschi e cattivi. non mi riesce neanche litigare coi tassisti. in compenso passo le intere giornate a caccia di permessi. per esempio. ho un visto giornalistico ottenuto tramite trafila a roma, ma una volta arrivata qui devo passare al ministero dell'informazione a chiedere conferma di permesso o quello che è. questo, escluso il permesso per fre foto. e il permesso per andare nel golan. e il permesso per restare qualche altro giorno. e il permesso....
il ministero dell'informazione si trova nel palazzo del giornale baath, che poi è anche la sede del partito baath, che poi è un quasi (quasi, specifico) partito unico in siria. folkloristico, no?
ancora aspetto risposte per i vari permessi. ma non riesco ad agitarmi.
arrivo in siria dopo tre notti in bianco, da quando sono tornata a beirut non c'è stato verso di dormire. fra jet-lag, discussioni, sbattimenti etc, prima delle quattro non arrivavo mai a shatila. senza contare che l'iran è stato uno sforzo emotivo, una resistenza costante, che mi ha consunta e mi ha riportata a beirut coi nervi affinati e la voglia di frignare dei bambini stanchi.
il peggio è stato domenica, quando sono rientrata alle 6.30 di mattina per poi essere buttata gù dal letto alle 8.30 dagli altoparlanti del campeggio shatila, che molto patriotticamente (muovetevi, che torniamo in palestina) erano stati innescati per non una ma due ore avanti.
qui, non ci posso credere, ti svegli con gli uccellini che cinguettano e la gente che si saluta di porta in porta. noi gli uccellini li arrostiamo, li torturiamo, li usiamo per il tiro al bersaglio....e poi i siriani sono superiori. per esempio, loro mica hanno problemi a eleggere un presidente. altro che libanesi. certo, la gente che si picchia per strada o al tavolo accanto mi manca un po'. i fringuelli al posto delle mitragliette mattutine sono un discreto scarto.
e pure i baffi onnipresenti qui, dopo un po', e tutte queste "q" nelle conversazioni... i libanesi son come noi, hanno la gorgia toscana e non prounciano la q (c). ai siriani, invece, riesce bene pure quella.
e poi il cibo, avrò messo su quattro chili in tre sere di cene con gli amici. le case. il massaggio per gli occhi che è la città vecchia! a beirut non c'è verso, ovunque ti giri ti arriva lo stupro visivo. è tutto brutto e basta. c'è il brutto di guerra, il brutto della ricostruzione, il brutto non finito, etc etc. insomma, la cara vecchia arroganza libanese, la tensione a fior di pelle, la fretta dannata, sono improvvisamente così lontane.
per questo si sa che le carogne come me, in siria, di lavoro ne trovano poco.
quant'è dolce la vita a damasco.
reggerò poco.
(giuro solennemente che nel prossimo blog racconto qualcosa per davvero, e non soltanto i cazzi miei....)
...e il vecchio christian stringe le palpebre, mentre vomito venti giorni di iran davanti al tavolo, la faccia tutta rughe e un riso furbo negli occhi. christian il mio problema sono le controrivoluzioni, ce n'è una dopo ogni rivoluzione, frigno, e questa gente non sa da che parte sbattere il muso, christian l'antimperialismo di destra e il capitale di sinistra, ti rendi conto? christian io ci capisco più niente, non ti so neanche dire cosa sono io adesso, mi hanno sputtananto l'est e l'ovest. naturalmente nessuno mi crede: chi per via di kiarostami, chi per via di foucault, chi per nasrallah, chi perchè tanto peggio dei libanesi non c'è niente, chi perchè si ma gli intellettuali persiani, chi perchè si vede che non hai visto abbastanza della tehran underground, chi perchè ma sì alessandro magno, etc.
"e bon, mon bebè", dice christian alzando il dito, "ci ha pensato il compagno mao ze dong quando ha detto che la contraddizione è intrinseca a tutto ciò che vive..."
dimitra dice che non ci sono segreti, solo difese.
dice anche che il viaggio è sacro, è fragile, che per questo va fatto da soli ma non sempre, perchè se hai fortuna trovi un compagno di viaggio, che è una categoria a sé stante, mai un amico né un amante. un compagno di viaggio, punto. se lo trovi, è uno solo. ma la maggior parte della gente non lo trova mai. laurence durrel dice che il viaggio, come il genio, è un dono degli dei. matessis dice che, rispetto all'europa del nord, noi del mediterraneo siamo popoli del tatto. kathleen dice che sedurre un uomo dopo i quarant'anni è facile, perchè è sicuramente in piena crisi di mezza età mentre l'osso duro sono gli uomini sui trentadue anni che non avendo ancora capito di aver fallito se la tirano. dice anche: "insomma gliel'ho data per farlo stare zitto". io dico che chi sa leggere le tazzine in realtà sa già tutto ma che a volte le tazzine si inceppano. brecht dice che quando mister kooner si è reso conto che la barca non era da nessuna parte ha cominciato a sperare che l'acqua non salisse dell'altro. soltanto quando l'acqua gli è arrivata al mento ha smesso di sperare. e ha cominciato a nuotare. aveva capito che la barca era lui. e dimitra dice che, per un viaggio, è un buon consiglio. crudeltà l'anima asciutta e la giustizia offesa non giustificavano e allora ero libero di farlo. soltanto che a questo punto trovavo irragionevole di immolare tutto soltanto perchè ero un po' innervosito dal vento. il foglio illustrativo dei miei antidolorifici invece dice tenere lontano dalla portata dei bambini. bjork dice lust for comfort suffocates the soul. il mio capo dice amen se ti gambizzano, tanto scrivi con e mani no? jean cocteau in opium dice la giovane asia non fuma più perchè fumava il nonno, la giovane europa fuma perchè il nonno non fumava e che siccome adesso l'asia mima l'europa saremo noi a riportare l'oppio da dove è venuto. marx dice che l’economia naturale, l’economia del denaro e l’economia del credito sono le tre forme di economia di movimento che caratterizzano la produzione sociale. o no? suppongo che tanti giornalisti non sanno di mentire, ma che alla fine è più forte di loro e che nello sforzo di acquisire un stile, usando il meccanismo della poesia e della storia che si contorce, insomma sia per loro inevitabile. alfredo dice che voterà brigate rosse, dimitra dice che mi dà cose già sottolineate, e che quindi mi dà una parte del suo animo. io dico che anima è un sostantivo femminile. ma anche no.
per adesso, camminare su e giù per shatila con un mal di testa da notte passata a giro a parlare con altri esseri umani, uscire dalla libreria di hamrà con quindici libri atei sovversivi come spesa, e sentire il solletico del vento all'attaccatura dei capelli
è pressochè orgasmo
dis-persia
(grazie fabrizio per l'idea. siii, si)
running to stand still, cioè
tanto vale partire. mi brucia tutto addosso, ho un'ansia di cose incompiute e lontane da qui, tehran soffoca, non ho baricentro.
allora ricerco il mio punto fermo: parto. prendo il punto più lontano, quanto iran vedrò da tehran a bushehr? ma serve davvero andare fino al golfo persico? serve perchè un'ansia di cose lontane e incompiute mi brucia addosso, parti gioia, parti.
e allora prendo il primo autobus. arrivo pure in anticipo al terminale sud, la strada mi brucia sotto il culo si direbbe.
ho bisogno di tirare indietro il sedile, addormentarmi in viaggio, tornare neonata. lo so che quando sono sola lungo la strada passa tutto. è la mia dimensione fetale. la mia culla a quattro ruote. sto bene e basta.
il golfo persico. e chi ci avrebbe pensato fino a ieri. partiamo. che saranno mai venti ore, basteranno? sono così avida di strada.
finisce sempre che parto senza pensare all'arrivo. giuro, va sempre così, subisco ogni metro di strada con ingordigia. ecco perchè mi piace spararmi migliaia di km si strada. perchè è l'unico momento in cui non mi proietto nel futuro, vivo il presente e amen.
in viaggio, tutti i cerchi si chiudono, torno a respirare. l'animale sta bene. verso le quattro del pomeriggio, con la schiena che già brucia, le ossa rotte, la circolazione informicolata l'autobus che non si ferma a un cesso da sei ore (dannati persiani che trattano le donne come vacche, quanto mi mancano gli arabi e il loro timore reverenziale), il velo che mi scioglie, seguo le linee del deserto e mi metto a piangere.
scopro di amare tutte le mie ansie, tutta la mia lontananza, tutta la mia voglia di cose lasciate per strada, la mia roulette russa di beirut che chissà se ritorverò. sto bene. improvvisamente piena. e tutto quel che mi faceva male ora, è soltanto grazia ricevuta. scorre tutto lento dentro di me, trabocca e mi fa piangere di gioia. frignona.
e va tutto bene.
18-3-08, bushehr
ok, se non altro adesso ho due obiettivi nella vita.
il primo è di tenermi sempre vicina al mare.
il secondo è di non ritrovarmi mai più a bushehr.
arrivo nella città dell'atomica alle tre di mattina, buio pesto ed aria che puzza di marcio. io, alessandro magno ed una centrale nucleare da qualche parte. tutto il resto è deserto. bushehr, se c'è, dev'essere parecchio lontana. forse è uno scherzo. forse bushehr non esiste, è un'illusione creata per ingannare viaggiatori che hanno voglia di bruciare strada. e sono le tre. e è buio. e sono sola. e l'aria puzza di marcio etc etc.
sottotitoli dal mio cervello: «obbrava gioia. e ora buon divertimento».
resto lì facendo finta di pensare qualcosa. magari qualcosa in farsi.
mi raggiunge un taxi, quindi bushehr esiste, mi porti dove vuole dico, sono a corto di idee, quello non capisce, io non farso il farsi, -menomale- e parte verso la città. chiamiamola così. almeno esiste.
il mercato del pesce, cioè la città, è un esercito di serrande abbassate e cartacce che volano nel buio. mi avventuro coi bagagli verso un hotel, l'unico che vedo, butto tutti giù dal letto, scopro che il prezzo è fuori budget, torno in strada. sono le quattro, è buio, l'aria puzza di marcio e io ho rotto i collegamenti col cercello per non litigare.
pensa gioia, il golfo persico, sogno sotto lo zaino.
alla fine faccio quello che chiunque farebbe nel mio caso, alle quattro di mattina con l'aria che puzza di marcio:
- mi faccio arrestare.
ci vuole poco. una donna sola a giro per bushehr alle 4 di mattina basta a svegliare mezza città.
in centrale saltano giù dalla branda, corrono in ciabatte verso il mio passaporto, ma lei che ci fa qui a bushehr scusi?
cerco un hotel, rispondo tranquilla.
ah, eh, ceee, chishé, commentano
alla fine mi trovano loro un hotel. chiamiamolo così.
mi ci portano in gran pompa, con scorta di volanti e telefonate multiple. un ometto rimasto ai tempi dello scià scende in strada stropicciandosi gli occhi, si divincola con la polizia, un braccio qua una mano là, piglia e mi porta su.
salgo le scale, sfatte e sporche, e salgo e salgo.
«qualsiasi cosa, non sarà mai peggio del dormitorio per braccianti siriani di tripoli veeero?», dico in italiano all'ometto divincolante.
ma avevo sottovalutato il dormitorio per pescatori di bushehr.
20-3-08, kurdistan
attraverso il khuzestan la notte di capodanno. occhi aperti, sensi tesi, non riesco a dormire, voglio vedere ancora e ancora.
nella veglia respiro l'aria di nafta di questa terra stuprata.
nella veglia vedo i fuochi dei pozzi, la stanchezza li duplica e li triplica, gli occhi mi bruciano. l'aria densa cambia temperatura quando li costeggiamo. è un altro pianeta, il khuzestan. la palude, la nafta, la povertà. sotto questa terra ribolle violenta una ricchezza inestimabile, che fa ansimare il mondo e sudare le borse, mentre la gente del khuzestan vive in baracche.
nella veglia vedo i posti di blocco, la polizia che sale di continuo, avessimo a rubargli un litro del petrolio che lo stato ruba alla gente del khuzestan. tehran con gli ascensori sopra le strade, il khuzestan con le baracche sulla palude.
nella veglia vedo le case illuminate a candele, in una sola stanza si dorme per terra accanto al bancone delle cose da vendere, nella veglia distingue i corpi fra le casse di coca cola aranciata doguh zamzamzam ab-portucal etc etc.
nella veglia traccio i crinali del deserto col dito, trattengo il respiro alle curve, penso al sinai lontano e alla notte nelle capanne dei beduini, quando tutti il mio disordine combaciava ed ero al limite del mondo, in pace di fronte al mio caos compiuto. anche quello ha un senso adesso, vuoto a rendere.
nella veglia vedo l'alba, i monti del kurdistan, gli spigoli verdi. possibile che qui le case non abbiano porte, finestre, che le strade siano deserte, interi villaggi, città, dove sono andati tutti?
arrivo a sanandaj esausta ed euforica. il nuovo anno è cominciato da 40 minuti.
p.s.
a tehran,il peso dei sogni. il peso dei sogni è insostenibile. e io sogno ogni minuto. sogno il mio ritorno. i sogni pesano ma sono gratis, per fortuna, nessuno ti chiede il conto quando arriva la realtà a scombinare tutto: o te li dimentichi, o la realtà è cento volte meglio. e allora tanto vale sognare ogni centimetro, ogni secondo, per tirare avanti in questo paese fottuto. perchè dopo la rivoluzione c'è la controrivoluzione ma il peggio è quel che viene dopo, cioè la temibile antirivoluzione, ed è quella a lasciarmi sola in questa città.
beh, pare che la terza via fra capitalismo e comunismo non contempli la libertà di scrittura. ergo: il mio blog è oscurato troppo spesso, - non chiedetemi perchè: non me lo spiego -, e la sottoscritta troppo esposta agli eventi, perchè per ora abbia voglia di raccontare dall'iran. anche perchè sto scoglionatissima, incazzata nera e soprattutto confusa. devo elaborare, prima.
nel frattempo pare che saltino anche le storielle dal libano per cause contingenti, insomma questo blog rischia di andare in pausa. o forse no.
ma no, in qualche modo si continua discontinuamente. certo, care canaglie etc, se ogni tanto faceste un fischio, mi sentirei meno dispersa.
annuncio che intanto ho sfuggito il primo arresto. è incredibile come l'essere nata senza testicoli, qui, mi trasformi in un'arma di distruzione di massa da guardare a vista.
ester adorno
p.s. gracci, ttu ssei un tesoro.
narra la leggenda che con l'arrivo della us cole un brivido di febbre abbia attraversato beirut e che al pensiero di una base navale americana al largo l'intera gabbia di matti si sia riversata a bere e ballare, correndo a cercarsi per strada. c'è chi giura di aver visto la calca, fuori dal barometre, straripare ballando e ridendo giù per le scale, fino al marciapiede. e giuro anch'io di aver scansato i corpi a gomitate, mentre con mezza bocca distribuivo sorrisi all'intero manicomio di giornalisti e cooperanti e intellettuati - “ricordati che c'è soltanto un gruppo confessionale, in libano, nel quale è permesso il sesso prima del matrimonio. quello delle ong”, ripete sempre arek - mi tintinnava intorno. io, invece, così poco libanese, festa niente. solo umore nero e voglia di incupirmi ebbra al bancone borbottando ma come, washington ci mette l'assedio con le sue cavolo di basi navali sul collo e questi si danno alle danze. scanso le coppie, guardo torva gli amici appartarsi con le libanesi ricciole e lascive, un arak, ripeto, un arak che è la mia ultima sera a beirut. è la guerra mi sento rispondere, è la guerra vieni a ballare, mentre i colpi di kalashnikov - stavolta di amal – impallinano il cielo.
un percorso ad ostacoli. raggiungo rabi'a alla cassa, ci guardiamo come subacquei. ma che è sta storia, sembra di stare al mercato ortofrutticolo di novoli, dico. è la guerra, risponde rabi'a anche se di novoli non è pratico, e mi gira un arak. offre la casa, aggiunge. eccolo arek il violoncellista, fresco di imboscata in spiaggia con la sua fiamma maronita. quando la smetterò di classificare gli individui in base al gruppo di provenienza?
sono lì che borbotto contro la libertà sessuale (chiaro indice di guerra che si appressa) quando un amico di arek si presenta a testa bassa, “ti prego, dimmi che balli con me”, attacca. scoppio nella prima risata del round, “dico ma stai scherzando?”. “cos'ho che non va”, supplica il ragazzetto mortificato. “sono mica pedofila, avrai l'età di mio fratello, come faccio a ballare con te”, insisto, e lui: “ma no, non è vero, ho ventidue anni!” e io “ecco, vedi, sei pure più piccolo di mio fratello”. “si ma che c'entra, ti ho chiesto di ballare, mica di venire a letto con me!”
sono piegata in due. “ragazzino, hai mai ballato?” “come no” “allora spiegami la differenza fra ballare questa musica e fare l'amore”, ribatto, con ampio teatrale gesto verso il battaglione di odalische e lucertole che ondeggiano lente sugli uomini.
infondo alla stanza vedo muntassir l'attore. perpendicolare al mio braccio teso. il viso sfregiato da tagli e croste, qualcuno deve averci giocato pesante con lui. una rissa, un regolamento di conti.
e poi accanto al bancone sami, come sempre sul pianeta solo a metà, quella metà che non sogna vecchie canzoni. sami e shadi hanno questo passatempo, raccolgono musica tradizionale da tutto il mondo arabo, viaggiano e pescano collezioni private, vecchi vinili, pezzi unici. e poi li portano a beirut. voi siete matti, dico sempre, mettere insieme il più grande archivio musicale del mondo arabo qui. qui ci sono le bombe, i bombardieri, gli incendi, le milizie, i palazzi che crollano, ma che vi salta in testa? ma shadi se ne sbatte, e sami non ascolta, sempre a cantarsi canzoni in testa, ecco lo vedo che mi fa un segno, vieni a darmi un bacio dice, salto sul savolo davanti, faccio volare un paio di bicchieri e lo raggiungo, dio mio dio mio la mia ultima serata in questo matticomio di anime belle.
lotto per allontanarmi con la refurtiva alcoolica e mi rapisce sounia, mi porta in un angolo con aria angosciata e comincia:”quell'uomo. quello lì. quello con la giacca. chi è?”. mi giro “scusa sounia, ma sei tu di beirut, mica io. che ne so”. “ma come, ho pensato che almeno tu...”
almeno io almeno io sono a beirut da un mese e mezzo e già mi fanno sentire il padrino del postribolo, n'aggio capito. e ci sono le navi al largo, c'è la guerra, mentre arek si innamora, i ragazzini mi chiedono di ballare e sounia punta gli uomini. e domani? possibile che qui si pensa a domani solo in funzione di oggi che è l'ultimo giorno? scannerizzo l'uomo in questione. si gira a parlare verso una ragazza, una mia vecchia conoscenza, acchiappo sounia per la maglia e la porto dritta alla meta passando per il classico: “Naaaadia! cara! ma ti ho mai presentato sounia? e il tuo amico, dico il tuo amico qui, è nuovo, come si chiama, ecco questa è sounia, vieeeeeni cara..”. per poi darmela a gambe lasciandoli in tre a cercare di conversare.
mi sta salendo il tasso alcoolico e mi ritrovo afferrata da un paio di braccia non identificate che mi fanno ballare per cinque o sei minuti, mi divincolo ma intanto anche il ragazzetto di prima è di ritorno.
“e dai, ho scommesso contro arek che riuscivo a farti ballare...”
sono del mio umore preferito, agrodolce beirutino, generosa e sfatta dal vento di mare, c'è una canzoncina del basso egitto che adoro, gli dò due colpi di fianchi verso le danze mentre arek e i sui amici schiacciano il naso contro la finestra mortificati. “ehm, ci sa fare”, balbetta alla fine il ragazzino tornando al tavolo, un po' pallido. beh, sapete cosa diceva lawrence durrel, spacconeggio. no, cosa diceva, chiede arek, sostenitore della teoria nonballoperchèsonoarmenoenonaraboquindinoncel'honelsangue. “durrel diceva che se non sai nuotare e ballare, non sai fare l'amore”, sparo io che notoriamente affogo come le nutrie.
la sua nuova fidanzata si stacca dalla spalla di arek guardandolo come una scatoletta di tonno scaduta, andiamo a ballare io e te, mi dice, se arek non sa ballare, ma nel frattempo dalle nebbie di marx emerge shadi, finalmente è arrivato, mi si siede in collo giulivo, e attacca: “ecco, sesso. parliamo di sesso. dunque. l'altro giorno sedevo con mia madre davanti ad un talk show. c'era una prostituta come ospite, e qualcuno le ha chiesto quali fossero i suoi clienti preferiti. gli arabi, ha risposto. perchè? perchè sono i più veloci, grazie a dio, ha riposto lei. e dovevate vedere mia madre, si è fatta di sale! è rimasta silenziosa per due minuti buoni, poi alla fine si è girata verso di me e mi ha detto: figlio mio, ti rendi conto, ti rendi conto, come siamo messi noi arabi. neanche questo. neanche il sesso, ci riesce”.
arriva anche l'ultima dabke, la prima che cerco di ballare, perchè in genere il cerchio è di soli uomini che sfasciano il locale saltando come scimmie (“è una danza che esprime tutta la sessualità maschile araba, pensa come stiamo messi”, direbbe shadi), stavolta provo a resistere nella centrifuga, tutta sentimentale. nel cerchio, mentre ci sudiamo addosso, li guardo uno ad uno, per portarmeli dietro ora che parto. quanto durerà questo ricordo? cosa ci farò fra una settimana, mi aiuterà, mi terrà compagnia, sarà sdrucito e vecchio? e le facce? quanto puoi tenerle in testa tutte queste facce prima di confonderle? nel cerchio vedo thaer, gli occhi di fuoco, tiene le mani degli altri con lo sguardo duro mentre tutti cantano “ya lubnan, ya lubnan, patria e vita mia”, e thaer da mezzosangue palestinese non può cantare proprio niente, resta zitto e mi incrocia lo sguardo. ha la rabbia addosso, il combattente. gli sorrido.
ballo con la ragazza di arek e la sua formidabie onda di capelli neri, ma di nuovo qualcun altro mi trasciana con sé, e poi qualcun altro, e come ti chiami e vieni con me e balliamo ancora, e intanto si stanno facedo le tre. “shadi aiutami, schiodameli di dosso, che gli amici si riconoscono nel momento del...vabbeh, insomma”. “ma tu sei matta, quelli sono il doppio di me. ora mi invento qualcosa” e io intanto fra il settimo arak e la musica non riesco a smettere di frmi trascinare a ballare da gente che poi mi si appiccica addosso, finchè arriva shadi raggiante:
“ho un piano. vengo e ti bacio davanti a tutti”
“fantastico.”
“però non ridere che rovini la scena”
“ok. aspetta però, dimmi prima che hai mangiato”
“cipolle, perchè?”
“beh, un altro piano?”
andiamo via, dice shadi, che devo chiudere il giornale, andiamo che ho voglia di tornare ascoltare musica, dice sami, e io mi lascio portare via, che tanto lo so che quando sono le quattro e io sono troppo ubriaca per tornare a casa, (perchè i combattenti di guardia sotto casa mia a shatila non mi farebbero mai passre, figuriamoci il posto di blocco di amal prima del campo), a quel punto voglio solo buttarmi sul sedile della hezbomobile di shadi e sentire la strada che sguiscia sotto, andando verso al mare, mentre sami canticchia, va sempre così, e tutti i posti vanno bene. allora ha tutto un senso, tutti i cerchi si chiudono sulla hezbomobile, anche questo gran viaggiare sempre sola, non è più vero, infondo due compagni di viaggio ce li ho anch'io, chi ha detto che ci vogliono i grandi tragitti alla scoperta del mondo, che non si può essere compagni di viaggio per le strade di beirut fino all'alba, ashoof the passengers che a quest'ora è tutta roba buona.
“menomale, perchè avevo giusto bisogno di voi per spingere la macchina”, rivela shadi davanti al fatto compiuto: la hezbomobile -un meraviglioso maggiolone color partito di dio- è un cartoccio di lamiera gialla a forma di v. “sì, un'incidente ieri, ho preso un paletto. beh, io sto al volante e voi spingete finchè non si mette in moto”, parte shadi, mentre guardo perplessa lo zigzag di discese fino al mare.
uno scooter con uomo armato ci passa accanto lentamente. “ops. beh se fa domande non gli dite di me, eh?”, “cosa di te shadi”, “ma sì, di me, che ne so, comincia a non dire quello che penso, lascia perdere che lavoro fai e siamo già a buon punto” sibila shadi, ma la ronda ci supera sorridendo. oh, tutti allegri stasera. leggo il nome della via, siamo nel quartiere di jumblatt, sotto controllo druso. “shadi, ma tu sei matto, a quest'ora e in questa zona con una macchina color hezbollah, quelli c'hanno un capo che parla di terrorismo iraniano quando si riferisce all'opposizione e tu c'hai i santini di marx e nasrallah”, ma sami canticchiando si è già messo a spingere e per bon ton non posso lasciarlo solo. discesa uno, la macchina non parte. discesa due. alla discesa tre si sente un primo vagito, poi niente, poi un raschiare, e infine -oh hezbomobile!!!-il motore parte a tutta. sami ed io quasi cadiamo nel lasciarla andare, mi aggrappo alle sue spalle per saltargli sulla schiena in un momento di entusiasmo, quando-
-vedo la hebzumobile correre incontro a quattro uomini in mimetica
-che corrono incontro a noi
-i mitra già puntati
-shadi inchioda.
“oh cazzo”
“oh cazzo”
sono le guardie di jumblatt. insomma milizie druse.
“bene bene. scommettete che non è il caso di dirgli chi ha i miei documenti?” sbuffo alzando le braccia.
“tanto sei una ragazza, anzi fai capire che sei ubriaca così per provarci con te lasciano andare noi due. torniamo a prenderti per la colazione, giuro”.
le quattro del mattino e i miliziani appoggiano il mitra, mi allontanano dalla hezbomobile e si mettono a spingere. questo strano canile di vetrate e cemento, in cui tutti sono nervosi e armati, tutti brutti e cattivi, tutti cavalieri quando meno te l'aspetti. guardo il maggiolone puntare verso il lungomare, in basso, e penso a quanto la guerra (non quella che verrà, ma quella che c'è da sempre) qui sia la legge ultima di caso e routine, di svago e dovere.
non posso andare a casa perchè non passerei i posti di blocco da ubriaca, non posso andare da chi vorrei io perchè – o romeo romeo perchè vivi costì romeo - non conosco i miliziani stanziati nel suo vicolo, spingo una macchina per scappare verso l'alba e rischio i drusi. e poi se ci penso ancora, com'è possibile che tutti i miei amici conoscano il grasso bruciato e le pallottole, com'è possibile che tutta questa massa di coetanei fricchettoni da bambini abbiano imparato a sparare per difendersi. alcuni ancora adesso stanno in qualche milizia più o meno radicalmente marxista e una volta alla settimana fanno la ronda per proteggere a tale o talaltra zona dai cecchini, e io che sono italiana anch'io presunta di sinistra ma per questo volta al "pacifismo" come metro di ogni analisi (bella forza, nessun figuro armato minaccia il mio quieto vivere) come posso guardarli in faccia, prima o poi non mi tornerà più, toh, guarda là, la hezbomobile punta alla balaustra sul mare, ho perso la sintassi e la coniugazione. vabbeh.
“capito, abbiamo anche il mare”, incalza shadi con sami che canta. camminiamo abbracciati lungo la balaustra, l'uno sull'altro per non ondeggiare da alcoolizzati. tutto un corteo di polizia intanto ci segue a cinque metri. un balletto. facciamo i seri ed arranchiamo il più rapidi possibile, via dalla zona in cui dormono le guardie del corpo di mister fouad siniora, con tanto di carro armato davanti al portone. passato il faro seminiamo la ventina di celerini annoiati e finalmente ci sediamo sul mare.
“parliamo di qualcosa, che ci guardano ancora”.
“sarà quella?”
“macchè, sarà una petroliera verso haifa”
“scemo, ti pare che gli americani la cole ce la parcheggiano a vista sulla corniche?”
“è troppo alta per essere una petroliera, e poi verranno pure loro a divertirsi a beirut la sera”
“dici che è quella?”
eccoci lì come tre coglioni, all'alba, per un totale anagrafico di neanche novant'anni. un armeno sciita che parla di canti metropolitani libanesi e della qassida sulla cocaina, un'italiana sentimentale che gli risponde di poeti contadini in maremma, e un beduino iracheno che disserta giulivo di george lukacs.
tutti e tre passeggeri, cercando la us cole nel mare di beirut.
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“e allora lo vedi che non capisci niente lena”, mi dice rania il giorno dopo, “non sai che noi ce l'abbiamo ancora nelle orecchie”
“cosa scusa?”
“la fottutissima new jersey di merda, la nave ammiraglia americana, una mattina dell'83 ce la siamo ritrovata al largo, e ha cominciato a bombardarci. capito, questa cazzo di nave, tutte le notti, dalle due alle cinque di mattina, per anni, bum e poi bum, prima sentivi lo sparo e poi l'atterraggio, due esplosioni ogni volta, prima lo sparo e poi l'atterraggio, il fischio e l'esplosione, bum e poi bum, dalle due alle cinque di mattina, per tre anni almeno, e noi siamo cresciuti così, ogni fottuta notte che dio mandava in terra la fottutissima new jersey ci bombardava in testa, dio solo sa perchè, ti immagini cos'è stato per noi ieri vederci di nuovo un'ammiraglia al largo, pure uguale alla new jersey? abbiamo il trauma addosso, le esplosioni ancora nelle orecchie. è ovvio che per noi, ieri sera, era l'ultima notte in terra. per questo abbiamo tutti bevuto e ballato in quel modo. devo pure spiegartelo? l'abbiamo ancora nelle orecchie. il fischio, e poi l'esplosione”.
ora darebbe fastidio a tutti svegliarsi la mattina con due navi da guerra parcheggiate sotto casa.
ha dato fastidio persino a saniora, che sul lungomare ci mette a dormire le sue guardie del corpo.
giuro, si è lamentato pure lui.
in effetti spedire la cole dritta davanti al libano non è il modo più intelligente per venire incontro ad un alleato -saniora- che poi deve renderne conto ai libanesi, gente che notoriamente ne ha le palle piene di ingerenze esterne, soprattutto nei giorni in cui il mondo arabo si indigna di fronte a quel che succede a ghaza, e quindi di riflesso aggrotta le sopracciglia di fronte al principale sponsor di israele, leggi stati uniti.
però da oggi c'abbiamo pure quelle.
i patriot israeliani, le navi da guerra americane, più quelle che già c'erano -tedesche, italiane, etc.
hai voglia a non volerti agitare, con tutto 'sto fiato sul collo all'improvviso.
arik è fatto così, come tutti i geni non ha orari, può darsi che alle sei di sera si sveglia per poi suonare tutta la notte, può darsi che ti tocca chiamarlo e chiedergli: beh, a che ora vai a dormire? è da arik che voglio sapere che succede in libano, da un diciottenne armeno che ha passato metà della vita a suonare il violoncello, l'altra metà a fare il visconte dimezzato. ma stasera mi va male, perchè quando gli chiedo un'intervista mi risponde: "perfetto. le quattro. che dici? le quattro in spiaggia. è una figata l'alba in spiaggia a beirut, vedrai."
le quattro di mattina arik, il pomeriggio l'archivio di musica popolare araba di basil, e stasera a caccia di ali fra i locali. prima o poi lo trovi, girando fra i banconi di hamra. gli occhi verdi lunghi, calmi. non ho mai visto nessuno calmo come ali. siede sorridente ad osservare la gente che balla, che ride, che strilla. sorride e guarda tranquillo dal suo angolo manco fosse il genio della lampada. trovo lui, trovo muntassir, suo cugino attore, li trovo tutti al barometre in un serata di fiacca e poche danze. come va? per ora bene, rispondo, per ora che sono le undici, ma devo stare alzata fino alle quattro per un'intervista. sarà un calvario questo articolo, non si capisce come possa esserci il rischio di guerra in libano se l'ansa non ne parla, ma soprattutto al giornale non capiscono perchè, se c'è la guerra in arrivo, lena propone un pezzo sugli artisti libanesi dopo averci rotto le palle coi suoi allarmi.
"comincia a pregare che questa benedetta guerra arrivi in fretta", mi conclude il capo, e io intanto prego che le quattro di mattina arrivino presto.
sto cercando notizie di una giornalista di akhbar, e il modo più rapido di ottenerle è ballare con shadi, un comunista fedele alla linea ("quelli sono trozkisti, ti rendi conto", mi dice con gli occhi storti indicando due amici) libanese che scrive su al akhbar, età tipo la mia, forse un po' di più, tipo ventinove trenta, e tasso alcoolico spropositato. ancheggia come un'odalisca mentre gli chiedo della "gloriosa compagna giornalista" di cui sopra, e lui con la ferma convinzione di imbroccarmi col sol dell'avvenire mi attacca una filippica sugli anarchici irresponsabili, la guerra civile spagnola ed emma goldman che voleva le rivoluzioni in cui si balla. "compagna, siamo uguali, noi e voi, è che per voi non c'è posto credimi", ma intato ridiamo tutti come matti, e rimaniamo in cinque fino alle quattro a raschiare arak e noccioline, perchè più che supplico basta politica per oggi e più che in questo dannato paese si parla di rivoluzione, ognuno la sua e dio per tutti.
e shadi: "italia!! il manifesto compagna, il manifesto!!! genova!! tu c'eri a genova, io si!! bologna!! bologna conosci bifo?? ma come fai a non conoscere bifo??" e giù arak, finchè comincio a parlargli io, di bifo, alla quinta o sesta volta che mi chiede se lo conosco, e shadi:"bifo!! allora conosci bifo!!!" "compagno, lo conosco da trenta minuti e se continui così fra un po' conosco pure tua mamma meglio di te."
"compagna, anarchici e comunisti, la pensiamo allo stesso modo, come... thaer, ho ragione?? come i compagni palestinesi del pflp e la gloriosa resistenza di hezbollah". è allora che a thaer, di cui qualche post fa, finora distratto dalla primavera degli ormoni per le due ragazze rimaste nel locale, escono gli occhi fuori dalle orbite.
ooops, penso, deflagrazione palestino-libanese in arrivo. so che thaer, da palestinese-contro, ha una tolleranza per gli islamisti pari a quella di oriana fallaci.
"noi e voi?!?" tuona thaer, col tavolo che balla e i bicchierini di arak che cadono -plin plon-uno dopo l'altro.
"noi e quelli?!?" ripete thaer. mi avvicino al tavolo, perchè stavo aiutando selim a tirare su le seggiole per chiudere il locale. penso: adesso me la godo.
"ok, shadi ci sei?? sei con me?? shadi quante sono queste? shadi come pensi di liberarla la palestina, coi katiusha e i kamikaze?", attacca thaer.
"no compagno, con la disobbedienza civile".
"da qui"
"dappertutto"
"no, dico, da qui, cosa pensi di fare shadi per liberare la palestina?la mattina, quando ti svegli, come ti riproponi di vincere?"
"te l'ho detto, con la disobbedienza civile"
"ok. senti, lasciamo perdere le ideologie e parliamo di politica. politica! raccontami un po' che partiti avete voi in libano...".
ndr, shadi e thaer sono nati entrambi qui, ma shadi vota e si incazza, mentre thaer ha un padre palestinese e quindi vive in libano col permesso di soggiorno temporaneo, profugo di fatto e col realismo di chi è stato ospite tutta la vita pur pagando le tasse. sia chiaro. io tifo per thaer.
shadi e thaer attaccano una discussione selvaggia e rapsodica, cominciano con i progetti di stato secondo hezbollah e pflp, la rivoluzione, le tattiche di lotta, il marxismo e khomeini, e poi giù venti minuti su sistani e da sistani si passa alla non violenza delle tute bianche e invece no, dice thaer, in culo le tute bianche, hai presente i fricchettoni toscani come stanno messi politicamente?
e non c'è spazio per introdurmi nella conversazione ma naturalmente sono per terra dal ridere, un po' come se sedessi alle quattro di mattina in pieno pigneto a roma ad ascoltare due ragazzetti della sapienza litigare sul confronto armato fra hezbollah e comunisti sotto occupazione siriana. thaer e shadi invece si stremano, thaer è come al solito un panzer di dialettica ma sentimentalmente al tavolo tutti i "compagni" sono convinti che la rivoluzione ce la servirà hezbollah su un piatto d'argento, che in nasrallah e nelle masse sciite bisogna credere, che quella è la lotta. le fanciulle guardano thaer, rapite, ma stringi stringi il supporto è tutto per shadi e per il modello antimperialista -vincente- del partito di dio, che ci accomunerebbe tutti.
l'arak è finito, selim ci butta fuori.
thaer è stremato. shadi pensa di averla spuntata, pflp e hezbollah combattono la stessa battaglia.
è allora che thaer ha una botta di testardaggine palestinese. e fa la mia serata, al punto che ce ne andiamo tutti stellati e intontiti, chi sul mare chi a dormire.
"ascolta bello. shadiii? sei con me? shadi. io sono un fida'i'. un combattente, capito shadi? un fida'i. UN FIDA'I. non un martire. è questa, questa, la differenza"
diceva la poetessa che in libano il vento è un nido di serpenti.
qui da due giorni c'è solo vento e pioggia, e un silenzio spettrale per le strade, assenza di suoni che fischia dietro alle finestre alle luci spente ai cassonetti e mette paura.
cosa potrebbe succedere? hezbollah non è partito da scelte affrettate. non farà niente adesso. non può, accidenti. moughniyye non era insostituibile: hezbollah è un partito collegiale, fatto di molte anime e tavole rotonde, con secondi e terzi rimpiazzi. una struttura flessibile, passibile di ogni perdita. ma per far fouri moughniyye, qualcuno deve aver tradito. e allora finisce che, prima di vendicarsi, il partito dovrà guardare sotto il letto, dentro l'armadio, dietro la porta. ci vorrà tempo. in più, con la situazione interna messa come sta, il fronte è già aperto. c'è già una finta guerra civile, incalzata da provocazioni continue. dove la maggioranza aspetta solo di chiedere l'intervento internazionale per sigillare una volta per tutte questo stato di grazia. quello che prevede un buco al posto del presidente della repubblica (peraltro già istituzione puramente rappresentativa, che gli accordi di taif hanno privato di qualsiasi potere incisivo) ed un super-primo ministro che fa le veci di un coglione (saad hariri) messo lì per far contenti arabia saudita, america etc etc.
del resto non sarebbe male, per la maggioranza, neanche eleggere una volta per tutte souleimane, togliendoselo di torno: lui a girarsi i pollici sulla poltrona più alta del paese, e l'esercito libanese (unica espressione statale rimasta in piedi) decapitato. visto che per souleiman non ci sono sostituti. altrimenti non avrebbero cercato di farlo presidente.
se soltanto in questa terra fossero i libanesi a decidere.
perchè è l'iran che è stato colpito, martedì, non hezbollah. è l'iran che morde il freno. che succede se l'iran la sua guerra la gioca qui? che succede se l'america la sua guerra la gioca qui? l'iran è davanti a due settimane di fuoco. ha appena alzato la posta con gli stati uniti, sbattendo la porta a washington sull'iraq. non parteciperà ad alcuna nuova tavola rotonda sulla sicurezza fra tigri ed eufrate, mentre per anni ormai gli americani sono riusciti a restarci soltanto grazie al consenso iraniano, alle mediazioni di tehran con moqtada as-sadr, e tutta la brigata sciita moderata - non penso tanto a da'wa quanto alle brigate al badr ed agli squadroni che fanno capo al ministero degli interni, che hanno fatto il lavoro sporco per gli americani - che all'iran e ai guardiani della rivoluzione deve la sua stessa sussistenza.
adesso l'iran ha cordialmente fatto sapere agli americani che d'ora in poi in iraq si possono arrangiare. non soltanto, ma a due settimane dalle elezioni parlamentari ahmadinejad se ne andrà da solo a baghdad per la prima volta. questo si chiama marcare il territorio. ci andrà, per l'appunto, in coincidenza col rapporto dell'aiea sul nucleare iraniano, che el-baradei ha già promesso essere favorevole alla repubblica islamica.
e allora? e allora che momento interessante per vendicare moughniyye. da parte di un paese che sa -sa- di non poter essere attaccato direttamente.
anche israele morde il freno e punta i patriot. sanno di dover giocare sui tempi, ora che hezbollah è forse nell'unica fase vagamente vicina alla debolezza.
il partito di dio sa di dover rispondere. questione di bon ton. una testa per l'altra. è un gioco cretino ma funziona così. continuo a credere che vogliano tirare per le lunghe. è vero che l'iran ha fretta. ma l'iran non è hezbollah. hezbollah ha due anime, una guarda a tehran (tutto il clero formato a qhom,per esempio), l'altra è attaccata alla massima autorità sciita in libano, fadhlallah, che con l'iran ha un rapporto semplicemente bellicoso. e infine, tutta hezbollah è profondamente nazionalista, non ama invasioni di campo dall'esterno. né dall'america, né dall'iran, siamo libanesi, mi sono spesso sentita dire durante le interviste.
ma c'è anche la maggioranza appresso a fuad saniora. da un paio di settimane la maggioranza mostrava i muscoli. jumblatt, di ritorno da un paio di viaggi saudo-americani, aveva alzato la voce minacciando a destra e a sinistra. è difficile fare ancora caso a cosa dice jumblatt, ma del resto tutto può darsi. e se qualcuno gli avesse assicurato pieno appoggio in caso di confronto con l'opposizione?
e poi ci si è messo saad hariri. quando, a una settimana dal 14 febbraio, è sceso in campo aprendo bocca e dandoci fiato, ho visto molti libanesi impallidire. perchè nei suoi discorsi, per la prima volta, hariri non ha chiamato hezbollah "hezbollah", ma "terrorismo iraniano". la terminologia -colorita, come tutti i discorsi in questo paese- ha fatto paura a molti. un po' sopra i toni, diciamo. calcolando che saad hariri gode di un'autonomia politica pari allo zero tondo, chi gli ha scritto quel discorso sapeva di potersela permettere, l'espressione.
mi spiace ripetere per l'ennesima volta come si sta mettendo la situazione con le milizie. riassumo: c'è una nuova milizia a sbilanciare i cantoni di beirut. quella di hariri. qualcuno arma 'sti ragazzetti, li manda in città, e provoca casini. ieri sono tornata a casa per la prima volta dopo giorni. e solo perchè la pioggia e il vento impedivano qualsiasi scorribanda. altrimenti, le strade sono bloccate dagli scontri tutte le sere, andando verso sud, nelle zone miste dove più di un partito controlla il territorio. dietro le milizie ci sono sempre ordini e soldi. è un lavoro come un altro, dipende soltanto cosa vuole ottenere chi paga.
il carico da novanta è stato l'allarme saudita di ieri. sauditi e francesi. i francesi hanno chiuso il proprio centro culturale per motivi di sicurezza. i sauditi hanno direttamente invitato i propri cittadini a stare alla larga dal libano. mosse insolite, da parte di due paesi che sul libano la sanno lunga. i francesi sono forse il paese occidentale ad avere i contatti più estensivi, qui. l'intelligence di parigi raggiunge entrambi gli schieramenti. i sauditi, non ne parliamo. pagano le milizie della maggioranza, le campagne elettorali, per non parlare del denaro nelle banche libanesi, che è tutto saudita. l'arabia saudita, qui, decide. e in più parla con quell'america che parla con israele. etc etc.
ora, io credo ancora che vogliano tutti far salire la tensione e amen. israele per riprendersi da winograd e soffiare sul collo a hezbollah, l'iran per chiudere in bellezza le prossime due settimane di scadenze, la maggioranza (america ed arabia saudita) per spuntarla sullo stallo politico libanese.
lo credo e lo spero.
non so, è tardi e questo post è confuso e stanco come me, menomale che dovevo fermarmi un secondo e poi andare a bere.
ti alzi la mattina senz'acqua nei rubinetti. e ci risiamo: dalle altre case si sentono solo le dichiarazioni dei guardiani della rivoluzione iraniana, che promettono al libano l'eliminazione dello stato di israele. da qui. ora più che mai e come prima più di prima. comincio a crederci anch'io, si chiama lavaggio del cervello. sul mare rulla veloce la bufera e la città si prepara. non torni a casa da tre sere, perchè il giorno prima le milzie di al mustaqbal hanno fatto 20 feriti sulla strada verso l'aereoporto, e ieri dietro al campo di sabra ci sono stati due feriti. e mentre uno dei due, il palestinese, moriva, al nord c'era un commando non idenificato che apriva il fuoco contro un posto di blocco dell'esercito davanti a quel che resta del campo profughi di naher l-bared. calcolando che fra jihadisti ed esercito il conto non è chiuso, ti viene da pensare a qualche zelota di ritorno da una vacanza in iraq chegioca al tiro al bersaglio. però è finita che l'esercito è entrato nel campo. e siamo a due campi, di lunedì mattina, col fucile sul collo. ti organizzi per il pranzo senza acqua, ti prepari a lavorare senza elettricità nel pomeriggio per via della tempesta, e intanto scopri che dopo una settimana di mini-guerriglia urbana le milizie di beirut si sono autosospese l'immunità giudiziaria. i paramilitari sono passibili di arresto e requisizione delle armi. non uno scherzo, il libano. falangisti, haririani, drusi, hezbollah, tutti a piedi se non rigano dritti. accidenti, rivoluzione. impiatti il riso e intanto il tuo ospite riceve una telefonata. tutti più nervosi: a naher l-bared c'è stato un agguato notturno, qualcuno ha aperto il fuoco, l'esercito ha rioccupato quel che resta del campo, è entrato nelle case e nell'unico asilo nido della zona e adesso ci sono 12 bambini ostaggio dei soldati, con l'esercito che si rifiuta di risponderne. metti insieme un caffè, ti siedi su divano, e arriva il dolce: l'ambasciata saudita che invita i propri cittadini a tenersi alla larga dal libano data la situazione.
tempesta dalla siberia? guerra civile? jihadisti? invasione israeliana? guerra all'iran?
e ancora dicono che il peggio arriverà dal cielo.
(ci risiamo, qualcuno sta sparando)
sabato, ore 10 di mattina, squillo di cellulare, messaggio:
«buongiorno. ho appena parlato col mio amico sayyid hassan, mi ha promesso una guerra per domani. così resti in libano. nel frattempo, suggerirei di trovarsi per un caffè, prima che sia troppo tardi. dal tuo compagno di danze»
resto stesa, guardo il soffitto, penso maccheccazz.
apro gli occhi e mi mancano i fedayin, la notte, che litigano su chi debba alzarsi e azionare il generatore. a vederli togliersi il fucile, a grandi passi, verso il gabbiotto dell'elettricità, pensi che non c'è più niente da temere. dev'essere per questo che dormo male, lontana da shatila, perchè non ci sono i fedayin a farmi pensare che sono al sicuro. apro gli occhi chiedendomi che razza di figura devo aver fatto ieri sera, a ficcarmi nei guai nella solita bettola filopalestinese, e come faccio a mostrare la faccia oggi. dovrebbero proibirmi di ballare, questo è. e chissà che fanno i marmocchi al campo, adesso, staranno giocando come al solito a nasrallah che istruisce il martire per gli attentati contro l'esercito al confine, con i più grandi che mi giocano a pallone sotto la finestra urlando e le madri che litigano con le figlie mentre sbattono i tappeti. è scentificamente provato in un mese di domicilio che a shatila, la mattina, lo sbattimento dei tappeti è in grado di coprire esplosioni e terremoti. giuro. voi non avete visto la mia vicina di casa fra le scosse sismiche dell'altro giorno, fermare appena il battipanni, volgere lo sguardo al palazzo di fronte, fare spallucce e ricominciare a sbattere il tappeto. dico, ma perchè mi ficco nei guai il venerdì. non posso svegliarmi puntualmente ogni sabato con l'istinto dello struzzo. dalla scale del palazzo si sente di nuovo la vicina che urla. eccoci qua, andate a chiedere a lei se siamo sull'orlo della guerra civile, chiedeteglielo la mattina quando il marito la picchia e vedrete se si è mai posta il problema.
apro gli occhi pensando che la guerra all'iran è già cominciata. qui. e chi glielo spiega adesso al mio capo.
*****
racconta rania che mercoledì se lo sentiva nello stomaco, che era successo qualcosa. che non si svegliava così male da quando hariri è saltato in aria. una nausea profonda di guai a venire, dice. chi avessero fatto fuori l'ha scoperto soltanto molte ore dopo, ma a lavoro, in strada, quando incrociava gli occhi degli altri, tutti stavano male, e chi non è cresciuto a beirut non può sentirsela addosso questa angoscia tutta libanese.
me la vedo marciare incontro al ta marbouta, arriva come un panzer con una birra in una mano e un arak nell'altra, li trangugia d'un sorso e senza neanche guardarmi - sono nel mezzo di un aborto di articolo per un quotidiano a tre ore dalla chiusura - schiaccia in quarta. «ne abbiamo bisogno, capito? in questo fottuto paese di merda vogliamo questo, stare sempre in ansia, vogliamo star male, non sappiamo farne a meno accidenti, perchè in questo dannato libano se non buttiamo giù due litri di arak e psicofarmaci per superare la giornata non siamo contenti, capito? ma chi se ne frega di chi o perchè ha fatto fuori mughniyye! ti importa? a me non importa. adesso giocheranno alle teste, capito? tu mi fai fuori questa testa, io ti mozzo quest'altra. e noi in mezzo. neanche san valentino ci tocca in questo paese. neanche san valentino, ti rendi conto? domani nel mondo gli innamorati, accidenti a loro, si scambiano i cioccolatini. e noi invece avremo l'esercito in ogni angolo e due manifestazioni di massa. ma se ne vadano a fanculo, ho noleggiato sei film per domani. ti rendi conto chi diavolo hanno fatto fuori? si? no? non ti dispiace? lui è contento, è in paradiso. non ci credi al paradiso? all'inferno? lena ma in cosa credi? scusa ma dove speri di andare dopo la morte? ci credi almeno al riciclaggio delle anime?». vorrei spiegarle che non mi pongo il problema perchè sono un tipo da una cosa per volta, un po' tonta diciamo, intanto cerco di vivermi bene questa vita senza deconcentrarmi pensando a quella dopo, ma rania ha già trangugiato un'altra birra e si dirige verso l'uscita. «non cercarmi domani. sono armata, sparerò a chiunque mi suoni alla porta», saluta. resto lì col mio aborto di articolo, un pezzo semi-inventato dopo che per ore ho cercato di attraversare una città pietrificata dalla paura senza concludere niente.
e adesso? qual è l'allarme adesso? la guerra civile sulla presidenza? le proteste per l'elettricità che sfuggono di mano a tutti? le cellule di qaedisti sparsi per il paese? le autobombe mai rivendicate? il terremoto? o la novità, l'invasione israeliana? di cosa bisogna aver paura adesso?
***
cappotto sul fedele divano di un amico che vive a hamrà. da giorni le strade sono turbolente, una sera è la raffica di kalashnikov, un'altra le sparatorie fra future movement e amal, "tu resti qua che fuori è pericoloso", "ma ti pare che è pericoloso, a shatila stiamo in una botte di ferro, fammi andare a casa". il ferro sarebbe l'intera roccaforte di amal, ghobeiri, che strangola il campo torno torno, dai tempi dell'assedio ai campi degli anni '80, perquisendo e rastrellando ogni intruso. un cordone di sicurezza: non entra niente. il problema è se amal decide di entrare, e l'intera ghobeiri si riversa sui tre isolati di shatila. vabbeh, quella è un'altra storia. dicevo. "si ma lungo la strada può succedere di tutto", "ti pare che trovo il tassista suicida che si lancia in mezzo ai proiettili", "questi sono colpi di kalalshnikov, tu non esci di qui", "ma sono sempre colpi di kalashnikov, è che hariri ha appena riversato i ragazzi del nord in città riempiendoli di armi per far casino, son soltanto giovani che conoscono poco il bon ton a beirut", "possono essere anche mia zia venuta da tokyo, comincia a prepararti il divano"...
va sempre a finire che mi stanco di litigare e resto in hamrà, quartiere di haririani, per far stare tranquilli tutti.
il quartiere di hamrà, dove vengo a lavorare in cerca di elettricità, è invivibile da una settimana ma il peggio è nei quartieri misti, quelli controllati da più partiti, insomma le zone di immigrazione fra hamrà e casa mia. ogni sera ci sono scontri. guerre di posizionamento. hariri voleva le sue milizie, e se le è fatte mollando armi, soldi e suv. ho visto le sue squadre tappezzare hamrà di manifesti, obbligarmi a prendere cartelli, ad ascoltare il loro leader bamboccione. guai a protestare. vengono dal nord che è la disperazione del libano, dove non c'è niente a parte i predicatori wahhabiti e l'autostrada per la siria. hanno fatto la fame fino a ieri, e adesso a 18 anni hanno un salario, il macchinone e un sound system grosso così per girare la sera ballando sul tettino. e un kalashnikov a testa. quindi non toccargli saad hariri. però saad hariri non è il primo a farsi la milizia di partito. questi ragazzetti entrano ubriachi sparando in una città che da trent'anni controllano altre milize, con le loro regole e i loro confini. e allora ecco le sparatorie a barbour, a mar elias, nelle zone universitarie. mi dicono, ma io non posso confermare, che con i ragazzi di hariri girino anche alcuni miliziani drusi. che poi, fra parentesi, parecchi membri delle milize druse sono curdi arrivati da fuori. (del resto sapete quanti cecchini sono venuti come mercenari durante la guerra e poi sono rimasti? yugoslavi, ceceni, francesi, etc. è un posto internazionale il libano, tsk tsk). comunque il nervosismo monta.
ma lo fa in sordina.
perchè da mercoledì alla guerra civile non ci pensa più nessuno. da mercoledì la gente pensa solo a scrutare il cielo. intanto però gli scontri continuano, e i locali si fanno deserti, la sera giri fra i fantasmi, i progetti di pranzi saltano, la gente ha una gran tristezza addosso. tristezza, attenzione. perchè qui sembrano tutti troppo stanchi per aver paura,
***
sabato mattina, prove generali. che succede se in libano è cominciata la guerra contro l'iran? il vicino continuerà a picchiare sua moglie? e questi pompelmi? arriveranno ancora i pompelmi dal sud? se bombardano il sud si dovrà cambiare colazione. e se arriverà, quando arriverà, dove sarò io? a casa mia, per restare bloccata nella zona sciita da bombardare? oppure sarò qua, a ovest, senza più poter tornare a casa? finisce che come al solito perdo tutto, tutti i miei bagagli. ladri, bombe, che differenza fa. e come gliela spiego al mio capo.
***
p.s. (ritiro tutto sulla botte di ferro, visto che hanno appena ucciso un palestinese al campo. grazie alfredo.)
p.p.s. pare che amal non sia stata coinvolta negli scontri di cui sopra. i ragazzini di hariri hanno fatto casino fr loro e alcune vetrine e amen.
ali, 33 anni, pittore
potresti dire che dipingo la guerra civile. i carichi dei profughi, i panni stesi, soprattutto i fedayin. sono nato due mesi prima che scoppiasse la guerra. la mia casa era sulla green line. tutti i giorni vedevo i combattenti arrivare dai campi. spesso si fermavano da noi. anche mio padre è andato a combattere, come tutti gli intellettuali comunisti. in realtà tutti quelli della mia generazione dipingono di questo, di guerra, perchè ci siamo cresciuti anche se non possiamo ammetterlo. è un tabù. la guerra civile, da noi, è un po' come i film porno: tutti li guardano. ma non si dice.
per un periodo poi ho disegnato soltanto fiori. un cliente mi chese se per caso mi stessi dando alla pittura commerciale. non aveva capito che i miei erano i fiori del male.
dipingevo i ricami floreali dei vestiti delle donne. li hai mai visti? le palestinesi, e le sciite.tu sai che la mia famiglia è sciita, veniamo dal sud. le donne là ricamano fiori. gli stessi fiori che si ricamano nei campi profughi. sono calendari ricamati, parlano dei ritmi della terra perchè i contadini del sud, come i palestinesi, con la terra hanno un legame profondo. ma nei fiori le donne ricamano anche la terra non c'è, la sofferenza, le fughe e i massacri, i mariti e i figli persi in guerra. qualsiasi cosa succeda, le donne vanno avanti a ricamare. era questo, che dipingevo.
la guerra ce la portiamo dietro. sedimentata. per esempio, io non ho mai combattuto. ma so fare la guerra, perchè ci sono cresciuto. ho imparato a usare il kalashnikov che avevo cinque anni. stavamo sulla linea verde, i falangisti tentavano di sfondare, molti dei nostri vicini restavano uccisi, e mio padre prese me e mio fratello e ci insegnò a sparare perchè ci difendessimo quando lui era via. ancora oggi, mi manca l'odore del kalashnikov, quel misto di ferro e grasso bruciato. un odore familiare, di sicurezza. è impossibile da capire per chi non sia cresciuto in libano, a beirut. è l'odore della nostra infanzia. c'erano armi ovunque in quegli anni. in casa, sui marciapiedi, nei cassonetti, al parco. la vita era così. ma non ho mai combattuto. cioè, una volta volevo partire. io e mio fratello, eravamo ancora ragazzi, hezbollah stava decimando i comunisti e noi volevamo andare a combattere coi comunisti di nascosto a mio padre. ma alla fine ho lasciato perdere.
però ho fatto l'intifada contro l'esercito libanese. ricordo che scendevamo di nascosto in pigiama, durante le retate, a tirare sassi contro ai soldati che entravano nelle case. avevo sette anni, arafat era scappato e i miliziani della sinistra libanese e palestinese erano rimasti i soli a difendere west beirut e i campi. amine gemayel, il capo dei falangisti, fu fatto presidente e diede l'ordine di collaborare con l'esercito isaeliano che occupava beirut. e michel aoun, allora a capo dell'esercito libanese, eseguiva. ripulivano le case dalle armi, arrestavano chiunque fosse di sinistra. e noi a tirare sassi in pigiama quando passavano le ronde.
ma per il massacro di sabra e shatila non ci funiente da fare, l'allarme arrivò troppo tardi. i falangisti chiusero ogni accesso e per due giorni sessuno seppe quel che succedeva là dentro. hai presente quattro ore a shatila di genet, fu una nostra amica italiana ad entrare per fotografare e filmare quello che ne restava. uscì in preda ad una crisi isterica, ma la sua documentazione andava consegnata in fretta. suo marito era palestinese e non poteva uscire di casa, allora fu mio padre che si prese l'incarico di portare il materiale all'ambasciata francese. seguì le stampe delle foto una ad una. poi restò lì a guardare tutto il filmato con i francesi per assicurarsi che vedessero fino in fondo. e poi uscì. era spezzato. quando la sera rietrò, credetti che stesse per impazzire. ricordo che lo sentii urlare da infondo alla strada. urlava e piangeva e bestemmiava e non capiva più niente. credo siano stati i giorni piùtristi della mia vita, quelli dell'invasione israeliana dell'82. ricordo l gente che scappava disperata dal sud, le macchine in fila lungo l'autostrada. e gli israeliani ci montavano sopra con i carri armati, schiacciando le macchine una ad una, con la gente dentro. ecco cosa mi ricordo. e mio padre a un passo dalla follia.
tarek: oh, a proposito c'è stato uno scambio di minacce al confine. un paio di unifil spagnoli che stavano per aprire il fuoco sui soldati israeliani.
lena: il libano a un passo dalla guerra...
tarek: per mano delle forze unifil...
lena: ...manipolate da iran e siria.
tarek: naturalmente.
thair, 29 anni, palestinese
il problema dei palestinesi siamo noi palestinesi. sono 60 anni che siamo seduti nei campi ad aspettare di vedere che le cose vadano sempre peggio. guarda ghaza. è colpa nostra. siamo noi, che non abbiamo saputo trovare un'alternativa.
sono palestinese. è la mia identità. ne vado fiero. ma non mi sento nè profugo nè complessato. sono pronto a spaccare la faccia al primo che viene a darmi del profugo. perchè? perchè mi sono dovuto svegliare. sono cresciuto fuori dai campi. questo fa la differenza. in meglio? sei matta. in peggio. nei campi non c'è l'elettricità, non funzionano le fogne, ma almeno sei al sicuro. sei fra i tuoi.
fuori è la giungla. vuoi sapere com'è vivere fuori dai campi per un palestinese? una guerra. ti ritrovi ad essere il più povero di un quartiere povero. e sei palestinese. una merda. nei campi non devi farti accettare, non devi imparare a farti rispettare. fuori, nessuno ti vuole. e allora per restarci devi muovere il culo. devi fare a botte meglio dei libanesi, essere più pulito dei libanesi, più forte dei libanesi, più intelligente dei libanesi. devi studiare più dei libanesi. in tutto, devi essere più dei libanesi. credimi che quando stai messo così non hai tempo per piangerti addosso.
rana, 30 anni, cooperante:
sono tornata in libano da cinque anni e ormai la politica non la seguo più. parlano, e non ascolto. dirai che è qualunquismo. in realtà, credo che la miglior cosa per tutti sarebbe smetterla di dar retta ai politici e metterci a testa bassa a lavorare. in libano nessuno alza un dito. on si produce niente. il paese affonda e questi si apettAno che siano i politici, o la comunità, a tirarli fuori dai guai. questa gente deve lavorare, disfarsi braccia e gambe, e allora chi se ne frega della guerra. in cinque anni è questo che è cambiato in me: che non sopporto, non accetto che qualcosa mi impedisca di andare al mio lavoro e fare qualcosa di utile. nè bombe, nè gente che si spara, nè blackout, che mi possano tenere in casa. è questa la cosa migliore che potesse capitarmi.
un villaggio di beduini wahhabiti. ecco in cosa vorrebbero trasformare questo paese, quelli là. quel povero coglione di saad hariri, catapultato in libano tre anni fa con le chiavi del regno in mano, il naso sporco di cocaina e quel suo insostenibile accento saudita, lui. dovreste sentire come bela quando parla. lubnaaaaaaan. shehiiiiiiid rafiqqqq hariiiiiri.
adesso siamo al colmo. si spara in aria ogni volta che parla. per cui, ultimamente, sempre, perchè più washington gli tira il colletto e più quello apre bocca. siamo ridotti, in questo civile paese di pazzi coi nervi a pelle che da due settimane non vedono un'autobomba e quindi tremano per l'attesa, a rovesciarci addosso il thè e l'arak ogni sacrosanta sera che qualcuno scarica il kalashnikov in aria perchè il cazzone ha fatto il ruttino.

(foto: www.agenziami.it)
una giornata particolare
Domenica, dopo settimane di tensione crescente, nel paese dei cedri sono tornate le barricate, i cecchini e gli scenari da guerra civile. Ma il nemico stavolta è soltanto la fame
di Annalena Di Giovanni
A Beirut, nel giorno in cui mezza città prendeva fuoco e l’esercito libanese sparava sui civili, nel quartiere cristiano di Ashrafiyyeh Françoise frugava nei cassonetti come suo solito, Marie voleva scendere in strada e Hussam rimaneva schiacciato dal crollo di un muro.
Per Françoise, tutto sommato, la “Domenica di sangue” è stata una gran seccatura: la gente è rimasta barricata in casa e i ristoranti di Ashrafiyyeh han chiuso presto lasciandole ben poca immondizia, da spartire poi coi colleghi in strada, perchè la concorrenza è in crescita. Alla fine Françoise si è ritrovata ad avere più fame di prima. Saranno almeno dieci anni che vive di spazzatura e va sempre peggio. Di una casa non se ne parla: un qualsiasi buco, nella città della dolce vita e dei petrodollari sauditi, costa come minimo 300 dollari al mese, quindi per dormire Françoise ha i suoi cantucci segreti. Un tempo aveva, di proprietà, la casa sopra al negozio di famiglia, preservati entrambi alla guerra civile, un’educazione francofona e un’esistenza piccoloborghese. Poi, negli anni ’90, è arrivata la Ricostruzione e Rafiq Hariri ha requisito l’intero quartiere per i suoi mostri di cemento e vetro. Françoise si è ritrovata in strada, rimborsata dell’esproprio forzato con una mazzetta di azioni Solidére che nel giro di poco sono precipiate in Borsa. Il conto in banca l’ha consumato in cause e avvocati, nel tentativo di tenersi la casa. Ad un suo vicino, anche lui cristiano maronita, è andata peggio: il giorno prima aveva nove negozi, quello dopo carta straccia. Oggi Françoise difende strenuamente quel che le resta, ovvero il diritto a profittare dei tre cassonetti subito dietro Piazza Sassine che decine di nuovi arrivati vorrebbero continuamente saccheggiarle. Ha tutto un suo sistema di riciclaggio, una dozzina di buste nelle quali divide gli avanzi di cibo, gli stracci, il materiale combustibile per scaldarsi, e gli scarti dei bagni, perchè a Beirut le fogne non funzionano, la carta igienica si butta nella spazzatura e questo a Fraçoise non piace per niente. Ma il problema, per quelli come lei, è l’acqua potabile. Quella dei rubinetti sa di mare e di fogna, lo stato non la depura. Per bere bisogna acquistare le bottiglie nei negozi, che però costano quanto un litro di benzina. Françoise, che ha una dignità da difendere e l’elemosina non la chiede, si rivende dai trovarobe quel che ricicla dalla spazzatura e ci paga l’acqua.
Per Hussam, invece, non c’è stato niente da fare. Lavorava all’ennesimo grattacielo di Ashrafiyyeh. Il muro che stava costruendo gli è crollato addosso e c’è voluta la gru per andarlo a recuperare. Se n’è andato così l’ennesimo fantasma dei cantieri, venuto di nascosto dalla Siria e inghiottito dal nulla. Un altro che lavorava alle 12 alle 18 ore al giorno per 10 dollari, dormiva fra i sacchi di sabbia, vestiva cinque camice per ripararsi dal freddo e non usciva mai per paura dei libanesi, sempre più incattiviti da un tasso di disoccupazione nazionale sopra il 20% e dalla concorrenza dei manovali siriani e palestinesi. Del resto perchè recuperare Hussam? In Libano, per essere ammesso al Pronto soccorso, o dimostri in accettazione di avere un conto in banca che copra il ricovero o puoi morire sul marciapiede. Fanno eccezione soltanto gli attentati. Se ti colpisce una bomba, le cure te le paga lo stato. Ma a Hussam è andata male, niente esplosioni vicino al suo cantiere, nella “Domenica di sangue” di Beirut: soltanto una granata a ‘Ain l- Rummane, l’autostrada sud in fiamme, otto morti, cinquanta feriti, decine di arrestati a colpi di manganello - e l’esercito che continuava a sparare sulla folla.
Pare che la “Domenica di sangue” sia cominciata con l’ennesima protesta in strada contro il carovita, dopo che quattro giorni prima a Ba’albek l’esercito aveva sparato sui contadini uccidendo un bimbo di nove anni. Si dice che domenica una serie di cecchini abbiano aperto il fuoco nei quartieri del sud per provocare lo scontro, che si tratterebbe di paramilitari falangisti arrivati da ‘Ain l-Rummane. Avrebbero sparato alla schiena di alcuni membri di Amal, scesi per mediare fra la folla e l’esercito. «Provatelo», ha subito risposto alla stampa Samir Geagea, il capo dei falangisti maroniti, celebre per aver diretto i massacri di Sabra e Shatila nell’82.
Dalla sua casa di Ashrafiyye, Marie ha seguito tutto dalla televisione, che continuava a mostrare incendi e sassaiole nascondendo l‘operato dell’esercito.Finchè l’elettricità non è saltata anche a Ashrafiyye. Marie racconta che a quel punto ha avuto paura. Ha pensato che se la gente scendeva in strada per fame, l’esercito sparava e la televisione parlava di guerra civile, stava per tornare il peggio. Che domattina si sarebbe svegliata con un muro lungo la linea verde, e che dal suo quartiere cristiano non sarebbe più potuta andare a visitare le amiche nei quartieri sunniti e sciiti. Allora ha chiamato i compagni dell’università, gli amici della piccola orgaizzazione marxista in cuimilita, per cercare qualcuno che scendesse in strada con lei, che corresse a protestare sull’autostrada sud, perchè non si dicesse che in Libano il problema è di nuovo la guerra fra comunità e religioni, ma la povertà che ormai è uguale per tutti. Le hanno detto che era impossibile, che un compagno era già stato aggredito dalla folla, scambiato per un falangista. Non c’è organizzazione nelle proteste, le hanno detto, non c’è un partito, è soltanto gente che scende sotto la propria casa, con i vicini, a dar fuoco a tutto esasperata dalla fame, dai partiti che pensano soltanto a litigarsi una poltrona presidenziale mentre il prezzo del pane raddoppia, dallo stipendio che non arriva a 200 dollari al mese per mantenere la famiglia, dallo stato che inghiotte milardi di aiuti internazionali e non ricostruisce neanche una centrale elettrica per garantire sei ore di elettricità al giorno. E che magari le sei ore di elettricità al giorno le dà a Ashrafiyye e a Manara, quartieri ricchi schierati con la Maggioranza.
Marie, alla fine, è rimasta a casa. «Se fossi andata, avrebbero sparato anche a me». Della rabbia della società civile, nessuna menzione sulla stampa. Come se il problema non fosse stato la fame della gente, ma un tentato colpo di stato degli sciiti, della Siria o dell’Iran. La televisione trasmette speciali sulla Grecia, la pioggia ha spento le fiamme e i le macchine di Hezbollah girano fra i quartieri del sud per assicurarsi che la gente rimanga buona in casa. «Torneranno in strada appena passata la pioggia, se nessuno dà ascolto alle loro richieste», dice Marie, «e sarà peggio, perchè la prossima volta per difendersi scenderanno armati, oltre che affamati. Ma l’esercito è lì per proteggere noi cittadini o per spararci? E tutti a parlare di guerra civile, come se la fame fosse un problema di religione. Da questa domenica di sangue, come la chiamano, ho imparato questo: che se domani il mio stipendio di amministratrice di Ong non mi basterà più per arrivare alla fine del mese, e scenderò in strada a protestare, devo tenermi pronta. Perchè lo stato libanese sparerà anche a me».
p.s. per non mettere troppa carne sul fuoco ho chiamato "falangisti" quello che in realtà è il ramo scissionista affiliato a samir geagea, le forze libanesi maronite.
per la serie: i falangisti fanno capo alla famiglia gemayel. le forze libanesi, l'ultradestra dell'ultradestra, a samir geagea.
la fila e le perquisizioi al check point, il fango fino alle ginocchia, un sole caotico, da una parte il mare e dall'altra la neve. odore di legna trattata, jeep dell'esercito e le tante pattuglie attaccate al sedere. svicolo ogni volta, puntando il primo palestinese che passa e urlando: ooooo, salve allora, come vaaaa, che ci sono novità? che hai visto ahmad?? e andandogli incontro convinta, accolta dal tipico sorriso falastino. basta salutare, e sei di casa. finchè non faccio il pieno di inviti al thé.
è la macchina fotografica, la prima a cedere. sfilo la memory card, la nascondo (dove non si dice), punto verso il check point, filo liscia - esco da questa vallata di macerie.
di naher l-bared non sono riuscita a fotografare niente. 170 foto senza riuscire a rendere l'immagine di questa collina di resti. quarantamila vite, ricordi, mura, mobili, foto, lenzuola, scarpe, bambole, tazzine, quaderni, macchine, computers, telefoni, vestiti preferiti, case rase al suolo. e dico, al suolo. pezzi piccoli e colorati.
eppure ne esco euforica. leggera. positiva. passo dal campo profughi di beddawi, irriconoscibile dopo l'invasione di quest'estate, vado a trovare due miei amici che hanno appena avuto il primo figlio (due occhi grigi da urlo), sbaglio tutte le strade di ritorno perchè nel frattempo hanno invertito i posti di blocco, in macchina con un amico mi metto pure a ballare sul sedile.
il fatto è che non avevo mai camminato lungo la strada per minnieh senza sentirla scossa dalle le bombe, prima. è finita. in tre mesi di guerra, di "altre ventiquattro ore, e fatah-l-islam si arrende", non ci credeva nessuno. invece finalmente l'esercito ha lasciato tutti in pace. è finita.
e poi ci sono queste duecento famiglie che non smettono un secondo di lavorare. i più fortunati, quelli che avevano casa nella parte nuova del campo e che adesso possono raccattarne i resti. perchè, non sbagliamoci: nahr el bared è sempre sotto assedio. un alto muro, filo spinato, domino di carri armati , stele di cemento e cecchini appostati lo rendono irraggiungibile e infotografabile (eh eh). però intanto qui nessuno si ferma un attimo. coriacei come dopo ogni nakba, riecco questo popolo duro come le pine verdi a ricostruirsi tutto come se niente fosse. ci sarebbe molto da dire, tutte cose cupe. ma l'odore di legna trattata, per ora, mi mette voglia di ballare.